Veritàdemia

Di chi fidarsi?

Sara Piersigilli, Chiara Bigi

“La diffusione globale del coronavirus (SARS-CoV-2) è influenzata dal diffondersi della relativa disinformazione – la cosiddetta Infodemia1- che rende la popolazione più vulnerabile alla malattia attraverso resistenza a sforzi di mitigazione2 ”

Il primo picco di ricoveri ospedalieri, registrato a marzo 2020, è stato anticipato da un’esplosione di tweet il mese precedente.
Mentre per la prima si cerca insistentemente una cura, la seconda sembra dilagare, è un vero e proprio virus di informazioni che, con l’avvento dei social network, rischia di danneggiare il sistema. Tra le maggiori cause: le camere dell’eco, i titoli clickbait, la diffidenza verso il parere degli esperti e la possibilità di mettere in circolo notizie, vere e non, in una rete digitale sempre più connessa di persone che si fidano sempre meno.

Già con le elezioni Americane del 2016, si inizia a parlare più ampiamente di fake news3, ma solo parallelamente all’infodemia ne viene approfondito lo studio e cresce l’esigenza di controllare il flusso di notizie.

Mentre popolazioni intere erano costrette a rimanere in casa durante i diversi lockdown, il potere dei social e dei notiziari è andato crescendo, unico occhio vigile sul mondo esterno. Ma con più informazioni ci sono più fake news, e questo sta avendo un riscontro sociale sempre più evidente.
E’ stato dimostrato che le fake news si diffondono con più facilità, anche grazie al fatto che lo user è attratto da ciò che è nuovo, diverso. Inoltre si vendono a buon mercato: un titolo non verificato può essere pubblicizzato a prezzi molto bassi, e così si crea un circolo vizioso, in cui le pubblicità stesse contribuiscono alla diffusione della disinformazione. Ma non solo: con la crisi del giornalismo molte testate puntano più sulla quantità che sulla qualità alla ricerca di titoli che catturino l’attenzione di molti, anche a costo di compromettere la notizia4.
Intervistando Francesco Pierri5 è emerso che uno dei motivi per cui la fake news attecchisce potrebbe essere il bisogno umano di ritrovarsi in delle comunità.
I social network facilitano questo, permettendo alle persone di riunirsi in gruppi e chat – le camere dell’eco – che possono essere paragonate alle tifoserie da stadio, in cui viene meno il confronto di opinioni diverse, e si crea una polarizzazione di pensiero.

Sempre sui social, si assiste alla creazione delle cosiddette “fringe communities” (ad esempio terrappiattisti, neo-nazi, etc) , le quali, trattando argomenti anche delicati, non avrebbero le stesse possibilità di espandersi dal vivo.

Il ricercatore aggiunge: “Per quanto riguarda le teorie complottistiche et al. credo che la matrice psico-sociologica sia fondamentale dal punto di vista individuale, […] e quello che si osserva in questi gruppi sono persone spesso con gravi difficoltà socio-economiche, che cadono vittima di chi ne approfitta per lucrare ed esercitare potere sulle persone”.

A quest’ultima considerazione si lega il fenomeno dei cosiddetti “super-diffusori”. Si tratta di pagine e account molto influenti e con tanti followers: è stato verificato infatti come i messaggi più condivisi provengano proprio da loro, nonostante siano un numero esiguo di utenti . Analogo è il ruolo degli account “verificati”- ossia confermati dalla piattaforma e profili ufficiali – che giocano un ruolo decisivo nella diffusione di contenuto infodemico6.
Per far fronte al problema, si sono mossi sia l’OMS che i governi, promuovendo campagne di comunicazione efficace, che sono poi state supportate dai social. Se nel giornalismo la censura è intrinseca nel processo editoriale e di stampa, dall’altro lato i social stanno ancora cercando di trovare un compromesso tra libertà di espressione e limiti da imporre agli utenti.

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