Vivere e morire con dignità

La fine della vita e la scoperta dell'io

Pietro Bruschi

Vita e morte sono spesso viste come due realtà in contrapposizione, quando in verità sono l’una indispensabile all’esistenza dell’altra. La morte, infatti, rappresenta l’ultimo capitolo dell’esistenza e, pertanto, deve essere garantita sotto ogni aspetto la massima dignità dell’individuo durante la fase terminale della vita, qualsiasi siano le modalità e le procedure attuate nei suoi confronti.
Alla base di tutto sta la libertà di scelta della persona: paradossalmente, mentre la tecnologia è sempre più in grado di interferire con i naturali processi della vita, si ha meno libertà di prendere decisioni riguardo tempi e modalità della propria morte.
Negli ultimi anni, infatti, morire è diventata un’esperienza sempre più impersonale. I progressi della medicina hanno permesso di salvare vite e migliorare la qualità del ricovero dei pazienti, ma hanno allontanato la morte dalla nostra esperienza quotidiana. E così, sempre più spesso, si muore in ospedale, soli e circondati da macchinari, senza avere la possibilità di scegliere di stare a casa con i propri cari, o ancora di essere spostati in un Hospice, strutture la cui funzione verrà approfondita in seguito.
È proprio in queste strutture che, negli ultimi anni, ha iniziato a svilupparsi la psicotanatologia, ovvero l’elaborazione psicologica del lutto da parte dei pazienti terminali e dei loro parenti. Ma cosa affronta realmente un malato, e chi gli è vicino, durante queste fasi così delicate?
Nella maggior parte dei casi la malattia arriva in età anziana, in una fase della vita in cui ci si sente in qualche modo “arrivati” e si iniziano a dare per scontate alcune dinamiche che, con la malattia, riaffiorano: le relazioni con gli altri acquistano, infatti, una nuova importanza. Si ha una nuova visione della realtà: ci si domanda se si abbia avuto una buona vita, se si sia fatto tutto quello che si doveva fare o se sia troppo tardi per farlo. Se non si riesce a rispondere a queste domande si rischia che il dolore assuma un ruolo dominante in una fase della vita già, sicuramente, difficile, con conseguenze che possono aggravarla non di poco. Nel momento in cui la persona assume questa nuova identità è fondamentale che abbia al suo fianco qualcuno che possa ascoltare, senza necessariamente rispondere a queste domande.
Ma come si accompagna una persona alla morte? Indubbiamente l’individuo ha bisogno, oltre all’affetto dei suoi cari, anche di essere affiancato a figure professioniste che lo sappiano accompagnare. Questi due elementi si combinano perfettamente negli Hospice: luoghi di ricovero per le persone malate, finalizzato a offrire le migliori cure palliative, qualora non siano possibili le cure a domicilio, e di accoglienza per i familiari. Si tratta di strutture spesso inserite all’interno degli ospedali, ma ancora poco diffuse e conosciute in Italia, complice anche una cultura figlia della tabuizzazione della morte e incapace di cedere alla fallibilità della medicina.
Tale problema culturale ha condotto, nel nostro paese, a una formazione professionale degli operatori sanitari molto limitata dal punto di vista assistenziale. Questo perché ci si pone davanti alla parola “guarigione” guardandola solo dal punto di vista biologico. Abbiamo visto, in realtà, che accompagnare una persona durante i suoi ultimi momenti, rendendoli degni di essere vissuti, è ciò che, in un certo senso, “guarisce” l’individuo e conferisce dignità alla sua morte e alla vita che c’è stata.
Durante l’ultima pandemia, quello che ha probabilmente sconvolto le nostre giornate più di tutto, è stato proprio il distanziamento sociale imposto dalla necessità di gestire i contagi, e proprio a causa di questo, migliaia di persone sono morte sole, nel reparto terapia intensiva. Alla luce di quanto appena detto, viene da domandarsi: sono morti dovute solamente al covid o il processo è stato accelerato, in quanto è venuto a mancare il contatto umano e quindi il desiderio di vivere?

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