Cosa resta dell'Afghanistan

Quando il protagonista sta in secondo piano

Lorenzo Bertario, Francesco Bugo

Il 16 Agosto 2021 i Talebani hanno conquistato Kabul ponendo fine alla guerra che si combatteva nel paese da vent’anni. L’intervento americano era iniziato il 7 Ottobre 2001 con il lancio dell’operazione Enduring Freedom come reazione agli attentati dell’11 Settembre dello stesso anno. L’obiettivo della missione era, almeno inizialmente, quello di colpire il regime talebano che governava il paese e che forniva ospitalità alle menti degli attentati. Da quel momento gli Stati Uniti e i loro alleati hanno mantenuto una presenza militare permanente con lo scopo dichiarato di difendere la nuova Repubblica afghana dal ritorno dei Talebani. Questo fino al 30 Agosto 2021 quando le truppe occidentali, a seguito di un accordo, si sono ritirate dall’Afghanistan lasciandolo al controllo dei Talebani.
Le scene drammatiche viste all’aeroporto di Kabul e le notizie giunte dall’Afghanistan ci hanno spinto ad iniziare un lavoro insieme per arrivare a formulare un giudizio nostro sulla situazione Afghana e a comprendere qualcosa in più della realtà che ci circonda. Per farlo abbiamo deciso di intervistare qualcuno che in prima persona abbia visto ciò che è accaduto negli ultimi anni in Afghanistan. Così ci siamo rivolti a Farhad Bitani, scrittore ed ex ufficiale dell’esercito Afghano, autore del libro L’ultimo lenzuolo bianco.
Cosa ha voluto dire per te vivere in Afghanistan e cosa hai visto cambiare?
Vivere in Afghanistan per me ha voluto dire vivere circondato dalla violenza senza la possibilità di andare a scuola e senza poter uscire dai sotterranei delle case per la paura della guerra. Quando sono arrivati gli Americani nel 2001 eravamo felici perché pensavamo che finalmente qualcuno si preoccupasse dell’Afghanistan, ma il recente ritorno al potere dei Talebani ha dimostrato che in questi anni non abbiamo fatto nulla di concreto per migliorare la situazione. Invece che risolvere il problema della violenza lo abbiamo aggravato, non abbiamo lavorato sulla cultura e sull’educazione spendendo il 95% delle risorse per le armi.

Come giudichi l’intervento degli Americani?
Noi eravamo molto felici per l’arrivo degli Americani perché pensavamo avrebbero portato finalmente la libertà nel nostro paese, tuttavia ci siamo presto resi conto che erano lì per i loro interessi attratti dalla sua posizione strategica vicino all’Iran e per impedire che la Cina mettesse le mani sulle ricchezze minerarie dell’Afghanistan. Hanno usato il nome della democrazia per fare i loro interessi alleandosi anche con dei criminali per combattere i Talebani. Hanno insediato un governo corrotto e se i Talebani sono riusciti a riconquistare il potere in così poco tempo è perché erano sostenuti dalla popolazione che li preferiva agli Americani.
Cos’è accaduto quando sei venuto in Italia?
Quello che ho visto e che mi ha fatto cambiare è ciò che io chiamo la “la bellezza del diverso”: l’incontro con il diverso attraverso piccoli gesti umani. Appena arrivato in Italia odiavo il diverso perché ero cresciuto sotto il regime dei Talebani che insegnavano a non stringere amicizie con i cristiani e che uccidendo un infedele sarei andato in paradiso. Col passare del tempo cominciavo a chiedermi perché gl’italiani non mi odiassero. Ricordo per esempio di quando andai per Pasqua a casa di un mio compagno all’accademia militare, mi ricordo che sua madre mi trattò come fossi suo figlio prendendosi cura di me quando in quei giorni ero stato molto male, questo e altri gesti hanno cominciato a farmi riflettere, così ho cominciato ad approfondire la mia identità di afghano e scoprire di più la mia religione, è così che l’incontro con il diverso mi ha fatto diventare la persona che sono oggi. La diversità può sembrare difficile da accettare ma è proprio facendo esperienza della diversità che una persona può arricchire la sua identità.
Che speranza c’è per il popolo Afghano?
La situazione in Afghanistan è terribile. La maggioranza delle famiglie non ha di che mangiare e se non si interviene subito sarà una catastrofe umanitaria, molte persone vendono i propri organi per trovare di che sostenere economicamente le loro famiglie. Se vogliamo un cambiamento dobbiamo coinvolgere il Pakistan che è un paese fondamentale per i Talebani, i Talebani sono nelle mani dei servizi segreti pakistani che potrebbero costringerli a fare un governo che coinvolga tutti gli Afghani. Purtroppo questo non è sull’agenda dei principali governi del G20. Inoltre è importante non commettere l’errore di sostenere nuovi gruppi armati altrimenti ci sarà una nuova guerra civile.
Cosa possiamo fare noi per l’Afghanistan?
Sarà fondamentale aiutare gli Afghani che sono scappati in Italia. Ciascuno di noi avrà la fortuna di incontrarli nel proprio percorso di vita. Bisogna inoltre insegnare alle donne afghane che sono libere tanto quanto gli uomini, perché non sanno che cosa significhi essere donne in una società come quella italiana e non hanno mai conosciuto la libertà all’interno della società afghana.
L’incontro con Farhad Bitani ci ha convinti di una cosa: un uomo è ciò che incontra. La scoperta della propria identità e il nostro diventare ciò che siamo passa necessariamente dall’incontro con qualcuno diverso da noi.

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