“Tutto chiede salvezza”


“Tutto chiede salvezza”

Ferito dalla bellezza

“Tutto chiede salvezza” è il titolo dell’ultimo libro di Daniele Mencarelli, vincitore del premio Strega Giovani 2020. Il romanzo racconta di un momento realmente vissuto dall’autore in gioventù, appena ventenne. Un giovane che, con alcol e sostanze varie, fugge la realtà perché lo ferisce troppo. “A farmi soffrire è l’idea che la vita vissuta finisca nel nulla, che non ci sarà modo di riviverla, di rivedere tutti”.

Ma succede un fatto talmente risonante per la sua sensibilità, che lo richiama violentemente alla drammaticità della vita e alle sue domande: durante una comune giornata di lavoro, (faceva il rappresentante di climatizzatori in parallelo all’università), si imbatte in un trentacinquenne, ingegnere nucleare, rimasto demente dopo un anno di coma, dovuto da un incidente avuto sul lavoro. La condizione di questo giovane lo sconvolge a tal punto da dare di matto, il mattino seguente si risveglia in un reparto di ospedale. Dopo un TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio) deve, per legge, passare una settimana intera in un reparto psichiatrico. In questa settimana si trova costretto ad affrontare la realtà che lo circonda, a stare di fronte alle persone che sono ricoverate con lui e in primis se stesso, le sue domande, le sue paure e la forte nostalgia che gli brucia dentro al petto. “Non lo sanno questi uomini, ma la nostalgia che sentono di fronte alla bellezza è nostalgia di quel prima, del paradiso. Di DIo. (…) Cosa dire? Ma non sono proprio io a desiderare un significato per tutto? Se fosse proprio questa la radice? Piantata talmente a fondo da sentirla senza poterla vedere. Perchè non posso negarlo a me stesso. Io quella nostalgia la sento. La vivo. Come vivo l’incapacità di accettare il tempo che passa, di sentirlo posticcio rispetto a tutto quello che nel mio cuore vuole vivere per sempre”.

Un romanzo che racconta della sofferenza del vivere, del dolore interiore di una persona, quello che sta dentro la testa e si sente bruciare fin dentro al cuore. Un dolore che forse è addirittura più grande di quello fisico, perché non può passare. Un raffreddore dopo una settimana passa, la sofferenza, la fatica di vivere ogni giorno non te la può togliere nessuno. Si può provare a sfuggire dalla propria domanda, provare ad ignorarla per un po’, c’è chi apparentemente (e sfortunatamente) ci riesce, ma essa rimarrà sempre lì: dentro se stessi ad aspettare il momento buono per esplodere.

Oggi quasi più nessuno si interroga sul senso dell’esistenza, nessuno vuole più desiderare qualcosa di grande per la propria vita, perché delude, perché vuol dire soffrire, a costo di non essere più in grado di vedere la realtà, per cui diventa più facile vivere “con un giubbotto antiproiettile calato sul cuore”. “Oggi è l’enormità della vita a dare fastidio, il miracolo dell’unicità dell’individuo, mentre la scienza vorrebbe contenere, catalogare. Ormai tutto è malattia, ma vi siete mai chiesti perché? (…) Perché un uomo che si interroga sulla vita non è più un uomo produttivo, magari inizia a sospettare che l’ultimo paio di scarpe alla moda che tanto desidera non gli toglierà quel malessere, quella insoddisfazione, che lo scava da dentro”.

Spesso ci si ritrova a vivere in funzione della bellezza incontrata nel passato, di nostalgia. A volte questo diventa l’unico motore per andare avanti a vivere, per la speranza che ciò che di bello c’è già stato possa di nuovo essere. Io stessa mi ritrovo a vivere in attesa di quegli istanti che hanno reso la mia vita piena, vera. Ma ha senso vivere ricercando quegli attimi che ti hanno già reso vivo una volta? Possono bastare quei momenti di felicità per tutta la vita? Con le parole di Dostoevskij in “Le notti bianche”: “Un minuto di beatitudine! È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?.

Io ho desiderio di vivere adesso, ho bisogno di sapere che la mia vita ha un senso, che c’è una speranza, che io posso essere amata così per quello che sono. Ho bisogno di sapere che c’è salvezza “quando la pietà mi spezza” nonostante tutto quello che sembra rimanere nelle giornate sia la malinconia e la sensazione che nulla mi basti e mi possa mai bastare.

Come posso affrontare tutti i giorni questa ferita che la vita mi pone davanti?

Eppure, ogni giorno non posso fare a meno di accorgermi della grandezza e della bellezza di tutte le cose che mi circondano. Non posso fare a meno di lasciarmi ferire da tutto ciò che vedo ed incontro. È forse questo ciò che ci salva ogni giorno?

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