Il progetto “Dillo con la luce”

Far sentire la propria voce in tempi di pandemia

Serena Crotti

Serena Crotti

“Lo sguardo basso, perso nel vuoto, disperato, di un anziano. Teneva capovolto un  mazzo di fiori freschi, immagino fossero per il suo grande amore che sapeva di non  rivedere mai più. Un dolore forte e dritto al cuore mi ha tolto il respiro e ogni parola”.  Roberto, bergamasco classe ‘59, descrive così il suo ricordo più vivido dei duri giorni  vissuti a marzo 2020, quando la pandemia era ancora agli albori in Italia, ma già metteva  in ginocchio gli ospedali di alcune città lombarde, tra cui in particolare quello di Bergamo.  

Ricordo l’ultima uscita con gli amici prima dell’inizio della zona rossa. Due passi fatti sulle  mura in compagnia, un giro tra le viuzze di città alta e un piatto di polenta in un  ristorantino appena aperto in città bassa, nel cuore di Bergamo. Che ci fosse un nuovo  Coronavirus in giro per il mondo lo sapevamo bene – se ne parlava già da un po’ – ma,  inutile negarlo, ci sentivamo al sicuro all’interno delle nostra mura venete, che da secoli  proteggono e abbracciano la città. Di lì a poco, però, si sarebbe profilato uno scenario  molto diverso: il nemico tanto temuto avrebbe varcato per prime proprio le nostre mura,  facendo irruzione nelle nostre case e nelle nostre vite senza prendersi la briga di bussare.  

Di fronte a un periodo così duro i bergamaschi hanno reagito con coraggio, con il piglio  operativo che, proverbialmente, li caratterizza. A Bergamo – e chi conosce qualche  bergamasco questo lo sa bene – la gente sembra talvolta ruvida e un po’ grezza, ma sotto  la scorza dura dell’apparenza nasconde un cuore tenero. I mesi del lockdown hanno  palesato questo ossimoro, mostrando al mondo una Bergamo fragile e sofferente ma che  ha saputo rimboccarsi le maniche. Sui nostri balconi sono comparsi striscioni, bandiere,  disegni: segni di un senso di appartenenza alla città. Nel momento di massima chiusura,  in cui le circostanze imponevano barriere e costrizioni, siamo andati oltre e abbiamo  guardato fuori. Quando tutti avremmo dovuto sentirci più soli, ci siamo invece sentiti vicini  e parte di qualcosa di più grande, tasselli di un vasto e prezioso mosaico urbano. 

È proprio questo lo spirito che anima “Dillo Con la Luce Bergamo”, un progetto che dà  voce ai cittadini bergamaschi per ricordare, descrivere ed elaborare i momenti vissuti  durante il primo lockdown. È una memoria collettiva, quella raccolta in “Dillo con la Luce”,  inizialmente nata nel contesto del corso “Luce e colore tra Arte e Design”, tenuto al  Politecnico dalla Prof.ssa Gellini. L’idea iniziale era quella di raccogliere le testimonianze  dei bergamaschi per realizzare un intervento di Light Art nella città: attraverso la  proiezione di scritte luminose sugli edifici storici i cittadini sarebbero diventati le voci  narranti dell’opera e le loro testimonianze dei “messaggi di luce”, simbolo di speranza in  un momento storico così toccante.  

Mentre il progetto prendeva forma, però, la pagina Instagram di “Dillo con la Luce” è  diventata sempre più cruciale, trasformandosi in un luogo virtuale di scambio di emozioni  e pensieri: una vera e propria raccolta di ricordi, punto di connessione nella solitudine  che, ahimè, caratterizza questi tempi. Ricordo bene la sensazione di sfiducia di quando  ho aperto il profilo della pagina. Mi sentivo sola, intrappolata nella monotonia di giornate  vuote, con un profondo desiderio di raggiungere la mia città. Ricordo bene anche la  sorpresa con cui ho accolto le numerose testimonianze che nei giorni successivi la gente  mi ha mandato. Leggendole sentivo le distanze accorciarsi e un senso di calore e  appartenenza mi scaldava il cuore. Dietro a quei messaggi si nascondevano gli animi di 

persone che avevano sofferto. Tra le righe leggevo di esperienze diverse: c’era chi aveva  perso qualcuno, chi aveva vissuto la pandemia come un’opportunità per ritrovare il  legame con i propri cari, chi si era sentito solo e spaventato o, ancora, chi aveva dovuto  combattere in prima linea.  

Mauro, 23 anni, si è sentito “come un animale dello zoo, che vive in una bolla mentre  spera di tornare nel suo vecchio ambiente”. Per Elisa, una nonna, la pandemia è stata “un  momento di dolore e terrore che si sono trasformati in speranza”. Monica “vorrebbe  risentire quel profumo di normalità”, mentre Alessandra ha capito che “nessuno si salva  da solo”. Alessandro ha osservato che “La cosa peggiore non è perdere qualcuno ma  perderlo e non potergli stare vicino”. In molti poi ricordano “l’assordante silenzio” – così  l’ha definito Giovanna – che animava le strade in quelle settimane difficili, in cui non si  sentiva altro che l’incessante suono delle sirene delle ambulanze. Non mi dilungo oltre, vi  lascio andare a scoprire tutte le testimonianze su @dillo_con_la_luce_bergamo.  

A me una in particolare ha colpito più di tutte: il racconto di Barbara, psicologa presso  l’ospedale Papa Giovanni XXIII, centro della pandemia. Barbara mi ha mandato una  fotografia scattata in reparto in quei giorni, accompagnata dalla descrizione: “Un paio di  scarpe e un sacchetto abbandonati sotto una barella del pronto soccorso”. Mi ha poi  raccontato di come, nei primi giorni dell’emergenza, gli effetti personali dei malati  ricoverati venissero raccolti e purtroppo spesso mai restituiti. Per lei quelle scarpe,  strappate via e decontestualizzate dalla vita del loro legittimo proprietario, sono il simbolo  di quei giorni difficili, in cui tutti siamo stati privati di qualcosa o, peggio, di qualcuno.  

Ad un anno dal primo lockdown molte cose sono cambiate, ma molte sono rimaste  identiche. Abbiamo imparato a convivere con la pandemia, spesso rassegnandoci all’idea  che, per ora, le cose vanno così. A volte ho la sensazione che la paura e lo shock dei  primi giorni abbiano ceduto il posto a un senso di grigiore diffuso, quasi di sconforto. Ed  è proprio per questo che dobbiamo continuare a osservare noi stessi e gli altri per parlare  delle nostre emozioni, per affrontare le difficoltà insieme senza perderci d’animo perchè,  si sa, l’unione fa la forza. Sempre.

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