Quale sguardo nei “frammenti” dell’esistenza?

Nasce una nuova speranza

Federica Valtorta

Federica Valtorta

Quante macerie intorno a noi. Macerie materiali e interiori. Cosa tiene ancora di fronte a frammenti di esistenza?   Pochi giorni fa ho incontrato Luca, figlio di nostri amici, 13 anni, occhi spenti. Si avvicina e con voce rotta dal pianto mi dice: “Il papà non lavora da mesi. Sono stanco, in casa c’è un’aria sempre tesa, perché c’è anche preoccupazione per i nonni.” Quali parole? Ascoltavo in silenzio e cercavo di capire come stargli accanto, anche di fronte a questa realtà così dura da affrontare ogni giorno. La risposta mi è stata offerta da un servizio di Lucia Goracci. Non l’avevo mai sentita parlare così. Corrispondente di guerra da zone anche ad alto rischio ha dichiarato di aver fatto davvero fatica a rimanere imparziale di fronte al Papa accanto alle macerie di Mosul, una città spettrale, dove bambini, donne, anziani hanno fatto da scudi umani in un clima di paura e di violenza. Per 40 anni l’Iraq è stato un Paese martire con milioni di morti e milioni di profughi dalla guerra del 1980 contro l’Iran a quella del ‘91 per la liberazione del Kuwait, che ha portato l’Iraq ad avere 12 anni di embargo. Nel 2003 gli americani hanno bombardato l’Iraq, perché secondo l’allora presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, era necessario disarmare l’Iraq dalle armi di distruzione di massa che poi non furono mai trovate. Quindi è stata la volta di Al Qaeda con le stragi e dell’Isis con un’ondata di sangue che ha percorso il Medioriente. Nel 2014 Mosul è stata occupata dall’Isis e liberata solo nel 2017 da iracheni, americani, milizie sciite, curdi che sono riusciti a scacciare quel califfato ancora attivo in molte parti dell’Iraq e della Siria. Proprio tra quelle macerie rimane la memoria delle conseguenze della dittatura di Saddam Hussein, ma anche di un secolo di colonialismo di spartizione del Medio Oriente e di guerre. Molti sono i punti di vista con cui raccontare la storia di questo Paese, ma paradossalmente convergono tutti in uno solo: desiderio di giustizia e diritti negati. Ci vorranno anni per ricostruire questi luoghi così ricchi di storia e, anche se sono già arrivati dei finanziamenti dagli Emirati Arabi, la ricostruzione più importante sarà quella umana. Come far rinascere dalle rovine la natura multietnica di questa città, nota per il melting pot, e allo stesso tempo rinnovare l’abbraccio tra un campanile e un minareto? Quanto ha detto la Goracci a proposito del Papa mi ha fatto riflettere: il “suo esserci” così profondo e lontano da stereotipi e da frasi fatte l’ha scossa e ha aggiunto che è stato difficile per lei mantenere quel distacco richiesto dalla sua professione. Di fronte al modo di stare del Papa, di fronte alla gente raccoltasi nella piazza delle quattro chiese distrutte, le macerie c’erano ancora, ma la gioia sui volti della folla presente era segno del fatto che avessero davanti ciò di cui avevano bisogno: qualcuno che gli desse speranza. I problemi non erano risolti, tuttavia nei loro occhi c’era ancora spazio per un futuro. In una realtà come quella attuale in cui l’emergenza epidemiologica sta letteralmente sconvolgendo il nostro modo di vivere e di “essere” con gli altri, abbiamo tutti bisogno di qualcuno che ci ridesti, che ci richiami ad avere una prospettiva diversa anche tra le crepe e le fratture in cui ci troviamo.  Cosa può suscitare ciò? Vedere concretamente la presenza di amici accanto ed essere richiamati a cogliere anche nelle piccole cose motivi per essere grati.  Altrimenti si è in preda ad un’immensa solitudine che non aiuta a camminare. Una frase di Montale diceva “Ho sceso dandoti il braccio, almeno un milione di scale”; solo se ci si tiene per mano si può avanzare ed evitare di fermarsi di fronte alle “rovine”. Se non mi sentissi accompagnata ogni giorno da volti amici, non potrei avere quella gratitudine per l’esperienza che ho fatto e che ha cambiato il mio modo di guardare la realtà. Proprio lo sguardo che doni e ricevi offre un’occasione per stare di fronte a ciò che vivi con un desiderio diverso di cogliere ciò che ti è dato.

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