Kobe Bryant

All’altezza del proprio desiderio

Isaac Young

Isaac Young

Forse può sembrare strano chiamare amico qualcuno che non ho mai incontrato di persona, e che, a dirla tutta, ho imparato a conoscere solo dopo la sua morte; eppure, questo è il modo con cui ho conosciuto Kobe Bryant.

È passato poco più di un anno da quando, una mattina di gennaio, mi sono alzato ancora assonnato dal letto, ho preparato il tè sbadigliando e, addentando un biscotto, ho letto la notizia drammatica della sua morte in un incidente in elicottero. Vagamente ricordavo che lui abbia abitato nella mia città, Reggio Emilia. Forse è stata per questa coincidenza che la mia curiosità è cresciuta pian piano.

Alla storia di come ho conosciuto Kobe però non può mancare un altro protagonista, un personaggio senza il quale questa storia probabilmente non ci sarebbe stata: il basket.

Come forse avrete già intuito, non sono un grande conoscitore del basket, anzi, potrei dire esattamente il contrario. Certo, qualche tiro al canestro ho provato a farlo anche io (sbagliando) ma io e la pallacanestro eravamo come due che si conoscono di vista, accennano a un saluto con la testa quando si incrociano, magari hanno anche scambiato due chiacchiere, ma niente di più. Come ho poi appreso, l’amicizia di Kobe con il basket invece è nata molto presto, forse prima ancora della sua nascita. 

Questa bruciante passione gli è stata trasmessa da suo padre, che da ex giocatore di NBA proseguì la sua carriera in Italia. Sin da giovane Kobe si appassionò alla palla a spicchi, facendo emergere un talento fuori dal comune. In diverse città d’Italia trascorse gli anni della sua infanzia, e in ognuna di queste lasciò per sempre un pezzo del suo cuore: a 12 anni infatti seguì la sua famiglia verso Los Angeles.

Quello che successe dopo, beh, non lo racconterò ora, ma segnò la storia del basket. Fin da subito l’amore per lo sport accese in lui un forte desiderio di vittoria assieme alla sua storica squadra, gli LA Lakers, ma il suo sogno era quello di diventare il migliore in assoluto. Ebbe però sempre chiaro che per poter andare avanti e migliorare, sia nel campo da basket che nella partita della vita, bisogna avere dei compagni. Proprio per questo cercò di imparare dai migliori in assoluto: soprattutto dal più grande (e grosso) dei suoi compagni, Shaquille. In tanti rapporti insieme di rivalità e amicizia, Bryant scoprì che è attraverso le sfide che uno sportivo impara a crescere.

Negli anni divenne famoso il metodo di allenamento di Kobe: oltre alle normali sessioni con la squadra, lui stesso raccontò di come si svegliasse prestissimo al mattino per allenarsi ancor prima dei suoi compagni e soprattutto, dei suoi rivali. Eppure in partita anche lui sbagliava, come ognuno di noi: in realtà detenne il record NBA del maggior numero di tiri sbagliati, ma questo non gli impedì di riprovare a segnare.

Quello che man mano ho capito di Kobe è che lui non stava seguendo un sogno: giorno dopo giorno, nella quotidianità dei suoi duri allenamenti, non così diversi in fondo dalla quotidianità del mio studio, quello che faceva era vivere il suo sogno, guidato dalla passione e da un desiderio grande. Alla fine della sua carriera, dopo 20 anni con la stessa maglia, Bryant si congedò dalla sua professione di giocatore con queste parole: 

“You guys know that, if you do the work, if you work hard enough, your dreams come true. […] But, hopefully, what you’ll get from tonight is the understanding that, those times when you wake up early and you work hard, those times when you stay up late and you work hard, those times when you don’t feel like working, you’re too tired, you don’t want to push yourself but you do it anyway, that is actually the dream. That’s the dream. It’s not the destination, it’s the journey. And, if you guys can understand that, then what you’ll see happen is that you won’t accomplish your dreams; your dreams won’t come true. Something greater will! Mamba out!

Che cosa significa quest’ultima sua frase? Mi sono fatto più volte questa domanda, che continua a risuonare in me come una grande promessa fattami da un amico.

Quello che mi viene da pensare è che quando un amico ci dice il suo addio, come ha dovuto fare Kobe, lascia però sempre un segno della sua amicizia dietro di sé. Il sogno di Bryant era quello di giocare a basket con i Lakers e diventare il migliore, ma ciò che si è avverato è stato molto più grande. Il suo sogno è diventato quello di tanti altri che nelle faccende quotidiane desiderano avere la sua stessa passione nel lavoro. La sua grinta nello sport rimane come simbolo di una vita spesa per un amore. Oggi, sta a ciascuno di noi vedere se questa promessa è vera, scoprire se vivere fino in fondo i desideri, anche con fatica, può essere qualcosa di grande per noi stessi e per gli altri.

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