Oscar 2019

Una tradizione oltre il cinema

Illustrazione di Lucia Mazzanti

Alcune persone passano alla storia per le grandi imprese che fanno, lo zio di Margaret Herrick, invece, ha solo avuto la fortuna di assomigliare ad una statuetta. Il suo nome? OSCAR. È questo il nomignolo più affettivo dell’Academy Award of Merit, un premio che nel corso del tempo è diventato tradizione; dal 1929 ad oggi sono state consegnate circa 3000 statuine. Se la storia di zio Oscar è del tutto irrilevante e di poco interesse, quella del suo omonimo inanimato merita attenzione.

24 febbraio 2019, si contendono l’Academy Award for Best Picture otto film. Quando, durante la Notte degli Oscar viene annunciata la vittoria di Green Book sugli altri, il pubblico dei cinefili, dilettanti e appassionati, si divide tra pareri discordanti. Con ben 10 nominations si distinguono The Favourite e Roma, seguiti da Vice e A Star is born, con otto candidature, e da Black Panther al quale sono attribuiti gli oscar più tecnici. A fare da padroni sono ironicamente, i meno citati: Green Book si aggiudica 3 Oscar di 5  nominations, Bohemian Rhapsody ben 4 su 5. In questo panorama pellicolare è chiaro  il parere dell’Academy: di certo le dinamiche sociali ed attuali non sfuggono al giudizio dei 6000 votanti e, tra gli Oscar di maggior rilievo, spiccano tematiche quali il razzismo e la ricerca di una compiutezza che la società sembra non riuscire a dare all’individuo. In questo contesto si pongono film quali Black Panther (Ryan Coogler), BlacKkKlansmen (Spike Lee) e Green Book (Peter Farrelly). I tre registi affrontano il tema con cineprese diverse, deviando le angolazioni per mettere a fuoco la questione: la Marvel usa toni scenici e tipici della propria etichetta e la liberazione del popolo nero passa attraverso l’epicità della guerra. Spike Lee propone invece una storia vera in cui Black Power e White Power si scontrano e si confrontano nella collaborazione tra Ron Stallworth, investigatore nero, e il suo team di poliziotti bianchi. “Pur essendo ambientato quattro decadi fa, il film parla del nostro presente. Per questo motivo Spike Lee ha inserito delle inedite, ed efferate, immagini dello scontro di Charlottesville, per far arrivare questo messaggio in maniera chiara anche agli spettatori. Quei problemi che pensavamo di aver superato, in nome di un’eguaglianza e del rispetto reciproco, sono ancora troppo radicati nella nostra cultura e nel nostro vissuto.” (MONDO FOX) Se l’energia della battaglia e la suspance del poliziesco sono di impatto, la quotidianità di un’amicizia inaspettata non è da meno e Green Book lo racconta con la semplicità tipica del buddy movie. Il coprotagonista Viggo Mortensen commenta in un’intervista: “Come una bella storia del passato che può aiutarci a capire il presente. È un film davvero speciale, perché non ti dice cosa pensare, cosa ascoltare o vedere. Evita le lezioni, ma ci invita a seguirlo. E forse a riflettere su quanto sbagliate siano certe prime impressioni. Penso che storie così siano molto importanti in questo momento.” Con l’espandersi di canali accessibili a tutti, quali Netflix e siti streaming, il mondo del cinema sembra perdere fascino: necessita una rivoluzione, un’evoluzione che renda davvero unica la visione del film in sala. È perseguendo questo obiettivo che avviene la produzione di Bohemian Rhapsody, A Star is Born, The Favourite e Roma. Le immagini  e le musiche vengono sottomesse al virtuosistico estro del regista, che tra grandangoli, fish eye, concerti di sonoro e visivo ed escamotage di ogni tipo, fa della scena cinematografica un simposio sensoriale. Il respiro tagliato prima dell’inizio, inquadratura sul pubblico, inquadratura sulla band poi ancora sul pubblico, l’emozione di centomila persone che guardano in una sola direzione, il cuore che batte in quattro quarti e infine venti minuti di impeto e tempesta. È un tripudio di emozioni che coinvolge lo spettatore e rompe gli schemi di spazio e tempo, catapultandolo al Live Aid di Wembley. Per il cinema le rockstar presentano un vantaggio: raramente muoiono nel loro letto, piuttosto di overdose, suicidi o annegati. Da qui l’affermarsi di un genere che è rimasto ormai senza fiato. L’incessante tentativo di trovare la propria strada diventa occasione di riflessione anche negli interpreti più inaspettati. Ne sono un esempio le straordinarie figure femminili: Queen Anne (Olivia Coleman in The Favourite), nonostante sia l’impersonificazione del potere, a capo della stessa società che sembra soggiogarla, cerca la tanto attesa e pretesa felicità tra le attenzioni dell’ultima cortigiana arrivata a corte. Parallelamente, in Roma, la domestica Cleo e Donna Sofia impersonificano donne forti alla ricerca della propria identità in un contesto patriarcale che le ha lasciate completamente sole. Le note della chitarra di Jackson Maine accompagnano fuori dal suo palco le parole di Shallow, in una melodia drammatica che chiede tanto ai protagonisti fittizi dello schermo, quanto a quelli più reali, uomini e donne della platea: “Are you happy in this modern world?”

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