Poli in pista



Poli in pista

Accendi i motori delle passioni

BANKSY

L’arte di strada non smette di colpire

Al Mudec di Milano fino al 14 aprile è in corso Banksy: A Visual Protest, la mostra non autorizzata sul forse più famoso street artist al mondo. Dall’ultima provocazione – la distruzione in diretta di Girl with a baloon all’asta Sotheby’s di Londra – l’artista di Bristol è sempre più noto al grande pubblico e sembra essere stato digerito da quel mercato dell’arte che cercava fin dagli esordi di combattere. E allora, cosa può dirci di più questa mostra che si presenta già di per sé come un paradosso? Non pensavamo di visitare questa mostra, credevamo di conoscere già il tema, associando Banksy unicamente a chi qualche anno fa, volendo fare l’alternativo sui social, lo pubblicava citando V per Vendetta o Fight Club. Andarci però ci ha fatto riscoprire la genialità di questa forma d’arte, che si basa sull’utilizzare immagini prese dalla pubblicità o dalla cultura di massa e rovesciarne il senso tramite il meccanismo del détournement (“deviazione”), cioè aggiungendo un elemento anomalo che induce a riflettere. Durante la sua carriera Banksy si è divertito a compiere questo ribaltamento su quadri storici, dipingendo gli stessi soggetti ma aggiungendo dettagli moderni e sostituendo i dipinti di nascosto. Ne è un esempio la gentildonna dell’800 con una maschera anti-gas, esposta in mostra. Non dimentichiamo però che le radici della sua arte affondano nella strada, nei gruppi di guerrilla art degli anni ’80 ’90 a Bristol. Dai primi graffiti si comprende che il passaggio dalle bombolette spray allo stencil è dovuto a una maggiore velocità di esecuzione e quindi una minore possibilità di venire arrestati. Stesso motivo è alla base della scelta dell’anonimato, elemento tipico della sottocultura degli writers. C’è un’opera che ci ha molto colpito: si tratta di uno dei pochissimi autoritratti dell’artista, nel quale si rappresenta come un membro delle gang di Bristol, che usavano i cani come armi di combattimento. Il suo cane però non è una bestia aggressiva, bensì il celebre cane disegnato da Keith Haring, altro writer impegnato a livello sociale, a dire che la sua arma non è la violenza, ma l’arte. Delle opere più famose l’aspetto più interessante è il rapporto con il luogo; non solo per i temi, legati alla cultura inglese o al Paese preciso, ma per la scelta ad hoc della posizione. Un esempio è quello della bandiera dell’Unione Europea senza una stella, su una parete visibile soltanto prendendo l’autostrada da Dover, città pro-Brexit. Tutta l’ironia graffiante dell’artista è raccontata poi tramite le copertine di dischi, i poster, le installazioni, le opere in Paesi in conflitto. E se ci eravamo un po’ assuefatte al suo stile e al tipo di denuncia così immediato, questa mostra ci ha ridato quel senso di disagio e insieme di meraviglia a cui punta l’arte di Banksy. Colpisce dritta allo stomaco, evitando che alcuni temi diventino banali ai nostri occhi.

DALLA PUNTA DI UN PINO

Ritornare a casa

Tornato a casa per il weekend, scrivo questo articolo, qui tra le Alpi Valtellinesi: come sempre ci vogliono loro per risvegliarmi dal ritmo fitto delle giornate di Milano.  Ora che le ho davanti, mi fanno venire voglia di parlare di loro, di raccontare perché  mi fanno stare bene.  In qualche modo direi, mi è tornata l’ispirazione: mi fa questo effetto rivedere i rilievi della superficie terrestre che così bene conosco ergersi tutto intorno a me, un letto scavato dal ghiacciaio dei Forni, ricoperto di luce, neve e rocce, pascoli e campi che si sviluppano sui promontori tra i letti minori dei fiumi. Cammino tra le vigne e i boschi che circondano il centro storico, raggiungo uno dei miei paradisi panoramici, fumando osservo: il fondovalle diviso dall’Adda, la strada statale che lo segue nel suo percorso e la ferrovia che costeggia il lago di Como, quella stessa che mi lascia sempre a Milano Centrale. Da una parte, non vorrei pensare alla città, ho ancora qualche giorno per rimanere qui, lontano dalle preoccupazioni che a Milano mi fanno mancare il respiro: voti mediocri delle sessioni passate, lezioni correnti alle quali mi assento, gli esami del primo anno che si proiettano sui semestri futuri e tutte le paranoie dello studente fuori sede quale sono. Potrei dire uno studente fuori sede medio, uno che vive le sue giornate alternando università e pasti riscaldati, ma in realtà c’è qualcosa di più: se sono al Poli è perché mi fa scoprire cosa voglio fare. È questo il motivo che mi ha portato a Milano nel 2014, per frequentare un liceo artistico di maggior prestigio rispetto a quello della provincia dei pizzoccheri. Anche se poi, nella provincia dei pizzoccheri, tornavo tutti i weekend, perché non riuscivo ad abituarmi all’idea che tutto fosse cambiato così in fretta. Milano è davvero diversa, un luogo di continui incontri e conoscenze: costantemente circondati da persone e iniziative, ogni attimo di tempo libero può essere sfruttato come un’opportunità di scoprire e di imparare di più anche delle mie stesse passioni, che tanto si allontanano dal clima così tradizionale della montagna. Ma allora cosa mi fa tornare? Cosa cerco, quando nel weekend cammino tra tutti questi monti che ormai conosco quasi a memoria? Mi guardo intorno, non c’è niente di nuovo, ma rimane quel senso assurdo di meraviglia, che mi fa sentire a casa. Ora, quando rimango a Milano anche per un mese o più, rivedere le montagne mi stupisce molto più facilmente, anche se in fondo le riconosco ancora, sono le stesse di sempre. Se prima vedevo un posto isolato, senza grandi opportunità di sviluppare i miei interessi, ora vedo ogni volta uno splendore. Questo splendore per me è una certezza. C’è un ponte tibetano, che parte proprio lì da casa mia, che attraversa la valle a 120 metri dal suolo e un giorno da lì ho toccato la punta di un pino. Camminavo sulla valle, sospeso in piedi nel vuoto e ammiravo tra il vento il panorama della Val Tartano. Dietro alla paura e a tutta quella meraviglia, sentivo in fondo un senso di immensa sicurezza. Forse è questo quello che cerco. Magari esagero, vorrei abbracciare queste montagne che mi regalano tanto, mi fanno sentire fortunato per la mia vita, è proprio questo che mi porta a oltrepassare l’uscio di casa per calpestare le vie nei boschi e incontrare i cervi malgrado il buio, camminando senza una vera meta. C’è sempre una sorpresa che incontrerò quando esco. Ne sono certo. E non sono uomo di molte certezze, per questo la montagna mi fa bene, per quella certezza che mi dà nel seguire la mia strada

GREEN BOOK

Un’amicizia inaspettata (anche in università)

Premetto di non essere un cinefilo o un esperto di film, tuttavia, dopo aver visto Green Book, mi è rimasto come un pensiero fisso in testa, non solo per la bella storia sull’integrazione sociale, ma per il forte riscontro con l’università – dove frequento il primo anno di magistrale di architettura – nei corsi insieme a ragazzi provenienti da tutto il mondo.  Il protagonista è Tony un buttafuori italo-americano che si trova a dover fare da autista ad un eccentrico pianista afroamericano, Don Shirley, per un tour nel sud degli Stati Uniti degli anni ’60. Fin da subito si capisce che sono completamente diversi: Shirley è elegante e colto, Tony è un uomo semplice, un po’ ignorante e sempre affamato, ma che vuole bene alla propria famiglia. Durante il viaggio sono evidenti dei contrasti fra i due, eppure gli ostacoli dovuti alle discriminazioni razziali saranno l’occasione della nascita di una grande amicizia che porta entrambi a fare un passo verso l’altro. In questi mesi mi è capitato di vivere la dinamica del film, quando i prof ci hanno detto di integrarci con i compagni. All’inizio mi sono trovato un po’ impacciato: davanti alla diversità preferisci farti gli affari tuoi e alla fine bevi il caffè con gli amici italiani per non parlare troppo inglese. Nel film nessuno ha superpoteri o fa imprese eroiche, ma attraverso la semplicità di Tony ci viene mostrato che per stare insieme basta essere umani, semplici, senza perdersi in ideologie comuni o altre teorie. Mi sono reso conto che anche il rapporto coi miei compagni è cambiato: prima l’unica cosa che facevo con il mio compagno di gruppo era lavorare al progetto, ma a fine giornata mi accorgevo che non sapevo niente di lui. Così in vari momenti durante la giornata abbiamo iniziato a conoscerci, vedendo che in fondo ognuno ha le proprie fragilità, le proprie debolezze e le proprie passioni e, come nel film, alla fine è nata una grande amicizia. Questo film mi ha dato l’opportunità di ripensare al “viaggio” di questo semestre, al fatto che non serve essere dei geni per stare insieme, ma basta essere semplici e coscienti del fatto che, come dice Tony, “Il mondo è pieno di gente sola che ha paura di fare il primo passo”.

LA PERIFERIA CONQUISTA MILANO

Ernia e Marracash

Milano. Periferia. In questo posto sono nati e continuano a nascere talenti musicali che usano la musica come trampolino di lancio per evadere da una realtà a volte troppo amara, ma pur sempre nutrendo un forte orgoglio e senso di appartenenza per il quartiere. Ernia e Marracash, seppur con stili e modi differenti, rappresentano nei loro testi la periferia che li ha cresciuti. Matteo Professione in arte Ernia (Milano, 29 Novembre 1993) è uno dei rappers più eclettici della nuova scuola italiana, forte di un bagaglio culturale non indifferente (concluso il liceo, frequenta oggi la facoltà di Lingue e Letterature Straniere), si colloca tra la profondità dei concetti tipica del “Rap conscious” e la volgarità di tendenza del resto della scena rap.  Ad ispirare il titolo del suo nuovo album, 68, è il bus che lo ha accompagnato fin da quando era piccolo per andare a scuola e in centro e che gli ha permesso quindi di dare una cornice autobiografica al testo dell’omonimo singolo: “Tra palazzoni e villette schierate stavo nel mezzo/Così che prendevo da entrambi, mi comportavo in base al contesto/In zona mia ci passava soltanto un mezzo/La 68 portava fuori e portava in centro”. Ernia riesce a tessere un filo conduttore, narrando vicende e stati d’animo che è stato costretto ad attraversare uscendo dal proprio quartiere. Ad esempio nel brano La Paura parla del terrore che lo avvolge nel momento in cui avverte il distacco che si presenta tra il successo che sta guadagnando ora e il ragazzo di quartiere che era prima, col timore di perdere così il rispetto dei suoi vecchi amici “Ho paura che mi dicano “Eri meglio prima”/No, non parlo della gente, ma dei miei amici”. Fabio Rizzo in arte Marracash (Nicosia, 22 Maggio 1979), ha avuto la capacità di portare il suo quartiere, la Barona, sulla cartina di Milano, rimanendone tanto legato da viverci anche adesso: in particolare nella prima fase della sua produzione egli porta alla luce la vita (e le contraddizioni) del quartiere, di cui diventa portavoce. Nel brano Bastavano le briciole racconta della sua adolescenza e della distanza che si delineava tra lui e gli altri ragazzi: “Ed ero in classe coi bimbi fortunati/Coi dindi nei salvadanai e i genitori educati/E io, fra’, stavo coi figli d’immigrati, coi figli di operai/Mi vergognavo, i miei erano ignoranti”, ma in ultima analisi emerge un giudizio di affetto per le persone con cui ha condiviso questa fatica: “E nel quartiere non hai niente, ma hai i veri amici/Non possedere ti rallenta, ma puoi riuscirci”. Nel brano 20 anni (peso) del disco Status parla di disoccupazione e disagio giovanile, della difficoltà di trovare un lavoro che porti a casa denaro sufficiente, della droga come valvola di sfogo per alcuni, dell’essere senza prospettive. Eppure anche qui non tralascia un sentimento di affetto per una condizione che – pur difficile – è stata parte della sua vita: “Sto in una fogna ma è la nostra fogna”. Ancora oggi, intervistato sull’argomento, dice: “Perché non me ne sono andato? Perché ormai faccio parte di questo quartiere, appartengo a questa umanità, per strada mi salutano anziani e bambini”. Ponendo a confronto Badabum Cha Cha e King QT, vediamo che i due artisti hanno in comune più di quanto ci si possa aspettare: oltre alla concezione della fatica e dei soldi “Il grano facile se esiste lascia graffi nel cuore/La pianta dei soldi cresce se l’annaffi col sudore” (Ernia), “Perché io ho la fame/Quella mia di mio nonno e quella di mio padre” (Marracash), si può notare come in realtà l’aspirazione di entrambi gli autori non sia la fama fine a se stessa, ma l’essere riconosciuti come punto di riferimento dalla gente del proprio quartiere: Marracash “Il principe di Barona e non di Bel Air” ed Ernia il “King QT”.

0 0 votes
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments
0
Would love your thoughts, please comment.x