Cambio di vedute

Siamo solo di passaggio?

Siamo solo di passaggio?

Quando ho iniziato l’università non avevo proprio idea di quello che mi aspettasse. Cosa avrei studiato? Avrei conosciuto dei compagni? Come sarebbero stati i miei professori? E gli appelli? Sarei sopravvissuta lontana da casa? Mi sarebbe mancata la mia famiglia? Non avevo chiaro nulla, davvero, però aspettavo qualcosa. Mi ricordo che aspettavo qualcosa, ero in attesa. Pur nella poca coscienza che può avere una ragazza di 18 anni, sapevo che la mia vita sarebbe cambiata e, per questo, ero tutta protesa a iniziare una nuova avventura. Oggi mi ritrovo all’ultimo anno, pochi crediti ormai da portare a casa e una tesi da scrivere. Questi gli ultimi baluardi che si vedono in lontananza. Una lontananza che, con lo scorrere del tempo, si è fatta sempre più vicina. Ma non starò qui a raccontarvi di quello che è successo in questi anni. Penso che tra queste righe sia più giusto che ognuno faccia memoria di ciò che è stato per lui il Politecnico, così mentre riflettete sulla vostra esperienza, in qualche modo state guardando anche la mia. Se c’è una cosa, infatti, che abbiamo in comune noi tutti studenti del Politecnico è la fatica. La fatica. Un inesorabile pegno da pagare, una dolorosa spina nel fianco, un fastidioso brusio di sottofondo. Questa fatica è stata una fedele compagna in tutti questi anni, a volte così vicina e intensa da farmi arrancare e vacillare, altre volte più distante e pacata. Se ci ripenso – ma in verità se ci ripensate un po’ anche voi – mi rendo conto di quanto la fatica mi abbia cambiata, rendendomi più cinica e indifferente davanti a tutte le iniziative e le proposte. È come se, nel tempo, il mio entusiasmo iniziale si fosse spento, fosse rimasto sfibrato. Dove è finita quella fresca attesa dell’inizio? Ed io sto ancora aspettando qualcosa? Se dovessi chiudere qui questo articolo, sarebbe un vero disastro, ma per fortuna ho ancora a disposizione un po’ di caratteri che sfrutterò per riscattarmi. Di fronte a tutte queste domande infatti me ne viene in mente un’ultima: ma davvero la fatica di questi anni è stata una cosa negativa, un’esperienza da cancellare? Se ripenso a tutte le mie sessioni – e vi giuro che sono state tante – non c’è mai stata una volta in cui, arrivata alla fine, sono rimasta completamente delusa da quello che avevo vissuto. L’amarezza degli esami andati diversamente dalle aspettative, infatti, non ha mai vinto su quel sottile sentimento di speranza che in fondo qualcosa avevo portato a casa, qualcosa avevo imparato. Mi sembrava ad ogni sessione di scoprire qualcosa in più su me stessa, i miei interessi e sulle persone che avevo intorno. Lo studio con gli amici è stato fondamentale – non sarei arrivata fin qui senza il loro aiuto – e solo oggi mi accorgo che dietro a quelle lunghe e silenziose ore a sbattere la testa sui libri, si nascondeva una laboriosa opera buona che nel tempo mi ha costruito ed edificato, rendendomi quella che sono ora. Mi sento di dire con certezza che la fatica fatta in questi anni ha avuto senso perché mi ha permesso di mettere le mani in pasta nelle cose e nella vita. Allora sono fiduciosa per tutto ciò che di faticoso ci sarà per me un domani. Non avrei mai pensato che sarei arrivata a dirlo, ma Grazie Poli per avermi fatto fare tutta questa fatica.

Sei mesi da matricola

L’aggettivo più appropriato per descrivere i primi sei mesi al Politecnico è “intensi”. Non c’è altro attributo che calzi così alla perfezione questo periodo fatto di paure, gioie, amicizie, responsabilità e tanto altro. Dal dover imparare a gestirsi da solo in un posto diverso da casa, passando per la complicità creatasi con i coinquilini e con i colleghi in corso per poi arrivare allo stress di affrontare i primi esami. La matricola ha il suo primo vero contatto con il mondo dell’università nell’appartamento, quando finalmente lascia la sicurezza e la comodità della propria casa e si addentra in questo nuovo viaggio: che sia in compagnia di qualcuno o da sola, deve scontrarsi con una serie di responsabilità e problemi mai affrontati prima d’ora. È lì che si sentirà a casa quando, dopo un’intensa giornata di studio e ping pong, o pallavolo, tornerà stanca e dovrà, in ordine, stendere la lavatrice, pulire, cucinare, di nuovo pulire, e finalmente lanciarsi sul divano per una partita a FIFA o COD che sia o per una puntata di una delle infinite serie di Netflix. Nonostante durante i primi tempi i rimproveri siano frequenti, i tanti errori e le tante piccole o grandi gioie, come quella di fare una cena buona o di passare un esame, fanno crescere la confidenza in sé e la coscienza di ciò che succede attorno. Dunque la matricola va a lezione, inizia a fare amicizia con le persone in corso e a vivere l’università ed ecco che immancabilmente la sua concezione di studio  cambia. Finalmente, per la prima volta, si affrontano temi che rientrano nella sfera dei propri interessi personali, da condividere con persone provenienti da tutt’Italia e dall’estero. I background variegati e le passioni in comune, prima fra tutte quella per la materia, portano a legami che, duraturi o meno, sicuramente aiutano a formare le proprie idee. Il confronto è lo strumento  più veloce e migliore per consolidare, cambiare o modificare le proprie opinioni. L’università è non solamente un posto dove andare a lezione, ma anche un luogo dove rimanere a studiare insieme ai compagni di corso o passare del tempo a giocare a ping pong. Si incontrano decine e decine di persone e, tra una lezione ed un caffè, nascono amicizie interessanti e differenti, modellate e forgiate da confronti costruttivi. Si vive assieme veramente l’esperienza dell’università: i colleghi di corso, naturalmente non tutti,  non sono solo dei meri amici, ma dei veri compagni di vita con i quali affrontare una giornata dopo l’altra. Ci si incontra di mattina, di pomeriggio, di sera, di notte, ci si vede per studiare, per bere, per stare insieme. Sono amicizie spesso diverse da quelle che nascono al liceo, più vive, interessanti e stimolanti. Ci si accorge della grandezza del mondo e della sua complessità. Il primo semestre da matricola è senz’altro stressante, provocante e stancante. Non si può fare altro che tornare sempre a studiare con la voglia di imparare  qualcosa di nuovo, di stringere nuove amicizie e di cementare quelle già esistenti, di incontrare nuove persone e, insomma, di vivere l’università in tutto e per tutto dalla prima lezione all’ultimo esame. “Quei ragazzi hanno imparato che il cosa-posso-fare e il cosa-posso-essere –e cioè le qualità delle proprie abilità e della propria anima– sono quesiti separati che trattano però tematiche inseparabili. E che l’università può essere un buon posto per provare a rispondere a entrambi.” New York Times, What Is The Point of College?, giornalista e professore Kwame Anthony Appiah.

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