Dreamin’ Santiago

Quando la realtà chiama e devi salutare il tuo Erasmus

Ada Rosito

Ada Rosito

Tempo di lettura 3 min

A settembre, pochi giorni prima della laurea triennale mi arriva una notizia bellissima: mi hanno ripescato per l’Erasmus, con l’ultima graduatoria. Destinazione: Santiago, Cile. Dopo la sorpresa iniziale parto subito con tutta la macchina amministrativa da dover completare entro il 30 ottobre per poter partire, in mezzo a lauree, caldo, casino, le tasse da pagare e il piano studi.
Per partire c’è da fare il passaporto in questura, presentare un certificato B2 di una lingua che non ho mai parlato, un portfolio in uno strano formato, fare il Learning Agreement. Inizio passo per passo ad adempiere a ogni richiesta.

Intanto sogno. Vedere l’immensa città di Santiago, il deserto dell’Atacama – uno dei posti in cui la Via Lattea è più visibile in assoluto nel mondo -, la Patagonia. Frequentare una delle migliori scuole di architettura del Sud America.

Poi il risveglio. Il 22 ottobre, mentre mi sto facendo una spaghettata tornata molto tardi ed esausta da un viaggio, mio padre si siede con me e mi dice: “Non sai cosa sta succedendo? Ci sono i carri armati per strada a Santiago da sabato, sono morte delle persone nella protesta, Piñera ha messo il coprifuoco. Non puoi più partire”.
Per me è stata come una doccia fredda, perché in quei tre giorni non avevo visto né notizie, né social. Non mi basta neanche vedere l’ufficio Exchange attivarsi e avvisare della gravità del frangente tutti gli otto ragazzi in partenza per il Cile e proporre loro un’alternativa, per accettare la situazione.

Continuavo a chiedermi, di chi mi devo fidare? Di chi mi dice che sarà temporaneo, o che quell’evento avrà implicazioni maggiori? Non c’era tempo per aspettare, andava fatta una scelta, subito. L’unica cosa che davvero mi ha mosso, facendomi vedere le cose da una prospettiva più ampia del senso di ingiustizia e di irrealtà che provavo, è stato parlare con una ragazza più grande di ritorno proprio da Santiago, dopo un anno vissuto lì.  Non mi ha nascosto che è stata un’esperienza bellissima andarci ma mi ha detto con franchezza che già entrare in un Paese e in un’università nuova dall’altra parte del mondo è un passaggio delicato, farlo in una situazione sociale – politica che potrebbe diventare instabile lo è ancora di più.
Ed è stata forse la sua preoccupazione per le persone care conosciute lì, la sua esperienza personale, a convincermi che non partire fosse la cosa più saggia in quel momento.

Adesso a distanza di mesi, che le problematiche sociali sono rimaste sotto traccia – ma comunque rimaste – e gli scambi Erasmus per il prossimo anno con il Cile sono cautamente ricominciati, penso a come l’emergenza del virus abbia nuovamente sconvolto le carte, questa volta anche in Europa, da un giorno all’altro. Quale Paese può dirsi al sicuro, per sempre stabile?

Questa mancata esperienza dell’Erasmus mi ha almeno ridonato proprio questo, la consapevolezza che c’è molto di più la fuori, al di là del mio orticello universitario, e che non posso ignorarlo, perché in un modo o nell’altro ha a che fare anche con me, mi tocca personalmente. Che sia un evento molto vicino o – apparentemente – molto lontano. 

Non è detto poi che si abbiano subito tutti gli strumenti per capire la portata di un evento. Spesso mi chiedo ancora se abbia avuto un eccesso di prudenza, se tutto sommato fosse comunque possibile fare una vita normale a Santiago. La risposta? Forse no, ma probabilmente sì. Come studentessa del Poli a Santiago, avrei fatto una vita normale anche se in quarantena. Quante persone in questi mesi hanno fatto viaggi fantastici in Cile senza venire toccati dagli eventi di ottobre. E mi viene da dire, quante volte è possibile vivere l’Erasmus in un Paese senza venire toccati dalla politica interna. E’ una posizione legittima, se vogliamo, uno va per studiare e imparare, ma ci dimentichiamo a volte quanto sia privilegiata. 
Soprattutto non è una posizione sempre immune agli eventi esterni, come anche la pandemia di questi giorni dimostra. Ci siamo anche noi studenti dentro questi eventi in atto, che influenzano il nostro presente e futuro, provocandoci a richiedere il perché accadono.

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