Ci siamo davvero fermati?

PH. Robert V. Ruggiero by Unsplash

Carlo Terzuoli

Carlo Terzuoli

Tempo di lettura 4 min

Una delle prime canzoni che ha aperto la mia quarantena è stata “La storia” di Francesco De Gregori. Mi sono sorpreso del significato che acquisiva e di come mi provocasse in un momento in cui tutto cambiava e in cui già le prime libertà individuali venivano a mancare. E io ero lì, su quel pullman notturno dell’8 marzo, ad ascoltare De Gregori, ad accogliere frasi come “La storia siamo noi/ […] nessuno si senta escluso”, “Però la storia non si ferma/ Davvero davanti ad un portone/ La storia entra dentro le stanze e le brucia/ La storia dà torto o dà ragione/ La storia siamo noi”.  Perché la storia davvero non si ferma, perché gli uomini non si fermano, e perché certi processi in cui siamo dentro da decenni non possono essere cambiati o interrotti da un giorno all’altro. Forse siamo soltanto noi che ci siamo fermati in questa reclusione “forzata”. C’è chi aveva capito fin da subito la pericolosità di una situazione del genere e chi invece ha avuto bisogno di norme, pene e multe per obbedire; per settimane tutti siamo stati costretti a rimanere dentro casa, a limitare i nostri spostamenti, i nostri incontri,  a ridurre le vite che facevamo prima. Ciò nonostante, in modo del tutto inaspettato, mi sono sentito più vivo, più attivo, più in movimento di quanto lo fossi prima su temi come la politica, l’economia e la situazione attuale. Forse però, non del tutto inaspettatamente: proprio nel momento in cui son venute meno le mie libertà, ho avuto la necessità di capire ciò che veniva deciso per me. Mi sono interessato ai problemi economici dell’Italia, legati intrinsecamente anche alla politica e alla società, e ho cominciato a leggere qualche libro, a confrontarmi con degli amici e con degli adulti. A poco a poco ho iniziato a capire come questa ricerca di senso stesse acquisendo valore per la mia vita, divenendo qualcosa per cui valeva la pena investire le proprie energie. È come se la storia davvero avesse spalancato le finestre di camera mia e fosse entrata in modo ancora più dirompente di quanto mai avesse fatto, nonostante l’avessi avuta sempre davanti agli occhi. Il problema cruciale era stato però il non considerare la politica come parte integrante di una realtà che mi riguardava. L’avevo vissuta sempre indirettamente, tra le discussioni e i confronti fra parenti e  amici, ma senza mai capire, né tantomeno cercare profondamente, un qualcosa per me.

Questa circostanza mi è servita da cannocchiale, per avvicinare oggetti che prima vedevo troppo lontani e sfocati per curarmene. La domanda che casualmente mi sono posto è stata perché mai prima d’ora non ci avessi visto niente. La risposta è arrivata presto dalla lettura di un libro, “Generare tracce nella storia del mondo” di Luigi Giussani, che tratta di come, attraverso il problema del destino e il problema degli affetti, la propria persona si possa giocare alla ricerca di un significato per sé. Parafrasando l’autore, approfondire la coscienza di sé come appartenenza è la prima linea di sviluppo di un’autocoscienza matura. Quanto più l’io si percepisce come appartenente, tanto più l’azione si sprigionerà da lui in una forma giusta, adeguata. Ma solo se si ha una coscienza profonda di quello che accade, si può guardare in modo leale la realtà, altrimenti si presenta il rischio di seguire le proprie ragioni e criteri già affermati o acquisiti dall’esterno. Per questo non ho più potuto separare il problema personale del destino da quello, altrettanto personale, politico, dal momento che entrambi riguardano questioni che non possono essere evitate o scansate.
Per la prima volta, ho sentito il bisogno di tracciare una mia linea di appartenenza, e per farlo non era tanto importante il mio interesse per certi eventi, quanto il sentirmi parte di qualcosa di molto più grande del mio misero io, di qualcosa che andasse oltre e mi permettesse di allargare lo sguardo. In quel preciso momento, sentivo di voler appartenere all’Italia, nonostante fosse un orizzonte limitato. Questa piccola scoperta mi ha stupito, confermandomi ancora una volta che un piccolo cambio di posizione può stravolgere davvero tanto e  può permettere uno sguardo disponibile e privo di idee già radicate su ciò che ci circonda.

Così ho cominciato a informarmi, a confrontarmi con le persone a me più care, ad ascoltare soprattutto quelli con opinioni diverse dalle mie perché tenevano più vive le mie domande e le rilanciavano. Eppure, più andavo a fondo delle questioni, scontrandomi con un passato politico colmo di decisioni per me incomprensibili e ingiustificabili, di possibilità e opportunità sprecate, e più mi rassegnavo. Mi consumavo nella snervante ricerca di verità, capendo che non era mio compito motivare, giudicare, condannare certi uomini. È la storia che dà torto o dà ragione. Ma più mi implicavo, confrontandomi con i miei amici sul senso delle cose, più scoprivo che quel modo di stare davanti alla realtà era davvero ciò che mi interessava.

Questo desiderio nuovo che coinvolge tutto, dai rapporti personali alle vicende politiche, mi permette di avere una posizione diversa nei confronti dello studio, dei genitori, degli amici e di ciò che mi è posto davanti quotidianamente.

Una diversa ma semplice attenzione verso qualcosa che mi aveva catturato in un momento di apparente immobilità, è stato il motore, alimentato dai miei affetti, che mi ha permesso di centrare, con una coscienza diversa, ciò che conta per me.

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