Covid19: da cosa ripartire?

La crisi vista dagli occhi di imprenditori e raccontata agli studenti

Matteo Brambilla e Alessandro Amici

Matteo Brambilla e Alessandro Amici

Tempo di lettura 5 min

“Economia”, “lavoro”, “aziende”, “imprenditori”, “artigiani” sono alcune delle parole che in questo periodo molto spesso si sentono nelle cronache dei telegiornali. A causa della pandemia da coronavirus e delle manovre attuate dal governo per limitarne la diffusione, si sono rivelate termini per nulla teorici, ma riguardanti volti come quelli di amici, conoscenti, parenti o genitori. Donne e Uomini che hanno dovuto fare scelte impostegli che hanno rischiato e tutt’oggi rischiano di far scomparire posti di lavoro. 

Questo, come lo studio che viene richiesto agli universitari, non deve diventare lo scopo ultimo della vita, ma è evidente che la realizzazione dei propri sogni e della propria vita passa anche attraverso ciò che il lavoro richiede. Da questo punto è partito il desiderio di sentire persone ed incontrare quei volti che quotidianamente percepiscono questa situazione di sfida sulla propria pelle.

Abbiamo sentito degli imprenditori per non rischiare di fare un discorso economico e sociale visto solo dagli occhi di noi studenti, che sarebbe stato intrinsecamente teorico non avendo il valore aggiunto dell’esperienza.

Abbiamo fatto quattro interviste: tre con imprenditori di medie/grandi imprese (Ambrogio Beretta, Matteo Brambilla, Giovanni Gemmani) e la quarta con la manager di una grande ed importante multinazionali con sede in Italia, ma di cui, per motivi di privacy, non possiamo scrivere il nome.
L’imprenditore, come dice Ambrogio Beretta, rischia troppo spesso di essere classificato come un lavoro nel quale l’interesse personale e i soldi la fanno da padrone; dove sembra che tutto sia concesso. Giovanni Gemmani aggiunge che, oltre all’innegabile obiettivo della crescita di profitto, il suo lavoro consiste anche nell’amministrare con passione e amore la propria azienda facendo attenzione a ciò che la circonda, come le famiglie dei lavoratori e l’impatto sociale sul territorio.

Le conversazioni avevano come obiettivo quello di comprendere come l’economia, con l’attuale pandemia, si stia trasformando e che possibilità ci saranno per i giovani che fra qualche anno si immetteranno nel mondo del lavoro.
Le discussioni sono state intense e provocanti a partire da Giovanni Gemmani e Matteo Brambilla, che hanno raccontato di una situazione difficile per le loro aziende perchè con fatturato in calo, ma non drammatica (nel caso dell’Scm Group, impresa di Gemmani, si parla di un 15%). Perdite consistenti anche se nulla in confronto ai drammatici dati che hanno registrato altri settori come quello della ristorazione e del turismo nei quali spesso i profitti sono stati azzerati. I cali, raccontava Brambilla, seppur importanti sono stati ammortizzati grazie ad una grande elasticità personale ed aziendale che ha permesso di poter riaprire velocemente i battenti della propria impresa indirizzando parte della produzione, ad esempio, verso prodotti ospedalieri fondamentali durante il primo lockdown.

Invece Beretta raccontava, in contrapposizione, di come loro fossero stati più colpiti dalle chiusure. La sua azienda, in questo periodo di crisi, sta affrontando la terza recessione nel giro di 24 anni pur mantenendo un impressionante sguardo di sfida alla realtà imprenditoriale. Continuava spiegando come verso la fine dell’anno abbiano assistito ad una piccola, ma importante crescita del fatturato mensile rispetto agli anni precedenti, incremento che però non ha permesso di colmare le grandi perdite avvenute durante il lockdown di marzo.

Il confronto con la manager, ha permesso anche di far emergere come il mondo del lavoro non sarà più lo stesso, lei che in questo periodo sta affrontando un momento difficile essendo un momento in cui vanno prese decisioni importanti, che indirizzeranno gli investimenti dei prossimi anni e non ci lasciava indifferenti il fatto che ci abbia chiesto di non pubblicare il nome dell’azienda. Raccontava di come il Covid ha fatto fiorire, nella sua drammaticità, nuove idee nella ricerca di una normalità. Iniziative che hanno permesso di far incontrare in tempi ridotti colleghi lontani che prima si vedevano solo dopo lunghi viaggi in aereo. Queste proposte hanno anche migliorato le modalità di lavoro dal punto di vista igienico sanitario;  le iniziative non arrivavano solo dalla dirigenza, ma partivano in primis dagli operai, i quali hanno scoperto una nuova affezione per l’azienda che va oltre scopi remunerativi.

I dialoghi proseguivano ed entravano sempre più nel tecnico. Gemmani raccontava della difficoltà, in questo periodo, nell’avere filiali all’estero e del conseguente fenomeno del “reshoring” cioè il rientro a casa delle aziende che in precedenza erano delocalizzate in paesi asiatici come Cina o Vietnam o in Paesi dell’Est Europa come Romania o Serbia.

Ogni dialogo è stato interessante e provocante, all’altezza delle domande poste, ma le cose che più rimangono sono principalmente due.

La prima è la risposta di Brambilla, ripresa anche se in forme diverse da tutti gli intervistati, alla domanda se per i ragazzi avesse ancora senso fare impresa:

“Secondo me la risposta è solo una. Un ragazzo DEVE fare l’imprenditore, perché, come dico io ai giovani a cui faccio i colloqui, ogni persona deve essere imprenditore di sé stesso. Questa è la vera discriminante, è la vera questione interessante. Non è possibile che un giovane vada al lavoro non desiderando di essere un imprenditore e potrà essere un ottimo imprenditore di sé stesso pur lavorando come dipendente in una azienda e allora userà tutte le sue energie per fare un percorso di crescita e per implicarsi nell’azienda vedendola come una possibilità per lui”.

La seconda questione che ci premeva riportare è relativa al fare impresa al tempo del coronavirus, come manager e come imprenditore. Il Covid è una piaga terribile che nel mondo ha colpito 60 milioni di persone e ne ha ucciso oltre un milione e 400 mila (Fonte: “Ansa”) . Tuttavia le misure per il controllo della diffusione della pandemia hanno a loro volta sfortunatamente causato in Italia la chiusura di oltre 90 mila attività e messo in ginocchio altre 600 mila imprese (Stima di Conferscenti, una delle principali associazioni di categoria che rappresenta le imprese italiane del commercio, del turismo e dei servizi, dell’artigianato e della piccola industria.). Eppure, da ciò è nato il bisogno di non restare soli e fermi proseguendo con un occhio rivolto verso il passato per non dimenticare e l’altro verso il futuro, che sicuramente non si prospetta privo di sfide.

Gli incontri che abbiamo fatto hanno reso chiaro innanzitutto che non esiste una persona che con certezza possa dire se sarà più facile o più difficile fare impresa o se varrà la pena rischiare di mettersi in proprio. Ciò che è certo ed emerge dai racconti di Giovanni, Matteo e Ambrogio è che l’importante è non essere da soli nell’affrontare l’attuale periodo di crisi. Il rischio di sentirsi abbandonati c’è e con esso tutte le paure, tra cui anche la possibilità di un fallimento. Nel mondo dei professionisti come in quello universitario, non si può rinunciare al desiderio di fare programmi e di guardare al futuro con occhi di sfida. I volti incontrati sono la testimonianza che nelle difficoltà si possano fare amicizie che aprono al mondo chiarendo spesso come muoversi, che decisioni prendere e che testimoniano di come la realtà spesso appare dura ed ostile, eppure lascia filtrare un’opportunità di bene e, ci auguriamo, anche di profitto.

Per approfondire:

Lascia una recensione

avatar
  Subscribe  
Notificami