Rispondere alle sfide

L'ingegnere civile in Italia

Studio Ingegneria Civile al Politecnico da più di 3 anni e nel tempo mi sono sempre più appassionato al mondo delle costruzio-ni e del cantiere. Questi anni di università mi hanno permesso di aprire di più gli oc-chi al mondo, e, ad un certo punto, mi sono chiesto: “A cosa serve quello che studio? Che contributo posso dare alla società in cui vivo oggi, in particolare a quella ita-liana?” Chi studia Ingegneria Civile si ren-derà conto che oggi in Italia ci sono nuove esigenze a cui rispondere rispetto ai de-cenni passati e cui è necessario adeguarsi. Dal dopoguerra fino alla crisi degli ultimi dieci anni è stata preponderante la ten-denza a costruire edifici nuovi. Questo ci porta a fare i conti, ad oggi, con strutture e costruzioni di età media compresa tra i 50 e i 100 anni – edifici storici a parte. Inoltre, gli spazi disponibili a ospitare nuove costru-zioni in Italia si sono drasticamente ridotti. La diretta conseguenza, per molti, è stata la mancanza di un impiego e di un lavoro: spesso, infatti, la soluzione che sembra po-ter risolvere la situazione appena descrit-ta è che per poter fare questo mestiere sia necessario uscire dall’Italia, alimentando il fenomeno della “fuga dei cervelli”. Non possiamo però pensare che l’ambito di in-tervento dell’Ingegnere Civile si limiti al solo campo delle nuove costruzioni: occor-re comprendere il cambiamento di conno-tazione che questa figura sta assumendo nel tempo. Per approfondire questa tema-tica abbiamo rivolto alcune domande a dei professori del nostro Ateneo, partendo soprattutto dalle circostanze storiche che siamo chiamati a vivere. Per l’Ingegnere Ci-vile, infatti, il mutamento delle condizioni al contorno del suo mestiere è una costante nel tempo ed è un fattore naturale e im-prescindibile. Ciò che nell’ultima gene-razione è principalmente cambiato è la percezione di tutto ciò che ruota intorno alla progettazione, come l’introduzione del concetto di comfort dell’utenza o di una logica concorrenziale che induce a consi-derare come uno dei parametri di proget-to più importanti il contenimento dei co-sti. Al di là dell’aspetto progettuale, esiste un’ulteriore fenomeno che sta alla base del cambiamento storico in ci ritroviamo: l’urbanizzazione. Quest’ultimo fenomeno ha di gran lunga favorito lo sviluppo di in-frastrutture di trasporto e ha favorito, vista anche la mancanza di spazi per costruzioni ex-novo, la creazione di metodi per mante-nimento e la valorizzazione di quanto già costruito, come per esempio succede per chi è chiamato alla progettazione in città come Milano. A tutte le questioni appena citate si aggiungono i tradizionali proble-mi strutturali legati alle condizioni clima-tiche, come per esempio l’esposizione alle intemperie, che può portare a fenomeni di corrosione e fessurazione. Non si può inol-tre trascurare la modalità di utilizzo, che espone la struttura a condizioni di usura e fatica, e il verificarsi di eventi straordina-ri come per esempio i terremoti. Queste problematiche provocano ciò che viene definito come “fenomeno di degrado della struttura”. Ad oggi assistiamo a due tipi di intervento di manutenzione che vogliono contrastare le problematiche descritte in questo articolo: quella “ordinaria” (cioè una misura preventiva periodicamente necessaria per conservare lo stato salutare della struttura ed evitarne possibili malfun-zionamenti) e quella “straordinaria”, ov-vero una misura correttiva necessaria per recuperare lo stato salutare della struttura in seguito al malfunzionamento di essa o parti di essa. Oggi, per fare un passo in più, da un lato si cercano di sviluppare nuove tecniche di rinforzo e recupero strutturale, dall’altro nella costruzione di nuovi edifici si assiste all’entrata in scena di un nuovo approccio progettuale che prende il nome di “Progettazione ciclo vita” o “Life-Cycle design”. Questo tipo di approccio prevede, sin dalla fase di progetto, una descrizione delle manutenzioni da garantire alla strut-tura per raggiungere una determinata vita utile, lungo la quale rimanga costante il livello di funzionalità dello stesso. Tale ap-proccio è ancora in fase di consolidamento e affinamento, in attesa che venga conside-rato e guidato anche dalla normativa. Un ultimo aspetto di cui tener conto di fronte ai cambiamenti storici descritti è la visio-ne della struttura. Occorre passare dalle strutture singole all’infrastruttura, ov-vero al sistema composto da esse. Se un singolo elemento è collegato ad altri, non basta più saper operare solo su di esso: la capacità di saper intervenire tempestiva-mente sull’insieme richiede dei passi in avanti. Un fatto che può aiutare a capire meglio il cambiamento di mentalità neces-sario si può comprendere dal terremoto avvenuto recentemente nel Centro Italia: occorre cominciare a pensare a sistemi “ri-dondanti”, perché se per andare a riparare il danno ad Amatrice crolla l’unico ponte che permetteva di accedere al paese, il pro-blema è più grande di quello che si sarebbe mai potuto considerare. Bisogna pensare all’infrastruttura nel suo insieme, per evi-tare che accadano eventi come questo. Nel tempo lo stato di salute del costruito può solo peggiorare e per questo motivo è ne-cessario iniziare ad agire. In questo senso, il nostro ruolo subisce quindi una drastica modifica. La generazione odierna di In-gegneri Civili è chiamata a mantenere in vita e valorizzare tutto ciò che esiste ed è già stato costruito; è chiamata a rispon-dere a ciò di cui oggi necessita l’enorme patrimonio culturale del nostro Paese e le sue infrastrutture. Viviamo in una società non più educata a mantenere e ripara-re, ma piuttosto spinta ad abbandonare lasciar morire. Se vogliamo costruire il futuro dobbiamo guardare alla storia ed imparare da quello che è accaduto nell’ultimo secolo: solo così si potrà creare una nuova generazione di Ingegneri Civili, consapevoli, con solide fondamenta, e serie ed ampie prospettive.

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