Oltre le macerie

Cosa può insegnarci la vicenda del Ponte Morandi

Il crollo del ponte Morandi dello scorso 14 agosto ha scosso tutti, compresi noi. Smaltita l’iniziale incredulità per la vicenda, ci siamo resi conto che questa tragedia porta con sé una serie di tematiche umane e tecniche che non abbiamo voluto trascurare. Così una sera, parlando tra amici universitari dell’ambito civile-edile, abbiamo deciso di indagare e di provare a cogliere le varie provocazioni che l’incidente del ponte sul Polcevera ci ha suscitato.

Abbiamo chiesto aiuto al professor Marco Andrea Pisani, docente ordinario del Dipartimento di Architettura, Ingegneria delle Costruzioni e Ambiente, che per quindici anni ha insegnato il corso di Ponti e che ad oggi è titolare dei corsi di Tecnica delle Costruzioni e Consolidamento delle Strutture. Partiamo dunque dalle ore e dai giorni immediatamente successivi al crollo, che hanno visto susseguirsi le reazioni più disparate: dalla gran parte dei politici, fin da subito alla caccia di qualcuno da additare davanti al popolo, ai giornalisti immediatamente alla ricerca dello scandalo. Nel frattempo le persone, vedendo da un momento all’altro crollare una così imponente infrastruttura, venivano prese da un forte senso di terrore e incertezza: dopo quel giorno, transitando sopra o sotto ad un ponte, ha iniziato a venire più naturale domandarsi “ma sarà sicuro?” o pensare “facciamo una cosa veloce, prima che venga giù”. Tutte queste reazioni esprimono un’improvvisa dose di sfiducia nei confronti delle nostre infrastrutture e di chi le gestisce. Si tratta di una sfiducia giustificata? Innanzitutto occorre distinguere la fiducia verso quello che possiamo sapere e la fiducia verso quello che non possiamo sapere.

Chiacchierando con il professore è emerso immediatamente un fattore che teoricamente basterebbe a non destare sfiducia: come ingegneri siamo consapevoli dell’impossibilità di azzerare totalmente il rischio legato al progetto e alla costruzione di un’infrastruttura, ma, ci fa notare il professor Pisani “i margini di sicurezza con cui lavoriamo nel campo delle costruzioni sono enormi rispetto a molti altri settori”. Ma a maggior ragione allora, viene da chiedersi: se i margini di sicurezza con cui lavoriamo sono così elevati e la qualità delle nostre infrastrutture invidiabile, come è possibile che accadano fatti come quello di Genova? Ci siamo chiesti se ci sia un limite nelle conoscenze di cui disponiamo, e perciò se non ci si debba rassegnare ed accettare una componente di imprevedibilità nel comportamento dell’infrastruttura stessa, aprendoci alla possibilità che certe tragedie non abbiano un vero e proprio responsabile né tantomeno una causa conosciuta. La risposta del professore tronca subito i nostri dubbi: “Possiamo avere delle sorprese costose, ma farsi venire in testa gli edifici è difficile”. Dopodiché usa diversi esempi 2 per mostrarci che è vero che possono verificarsi degli imprevisti ma, se vengono svolti periodicamente controlli e interventi di manutenzione accurati, si è in grado di notare un ammaloramento della struttura per causa non prevista. Insomma, vale lo stesso principio per chi fa progettazione, costruzione o manutenzione: “se faccio le cose in maniera decorosa non ho problemi. Di solito i guai nascono quando le cose vengono fatte esageratamente male. Un bravo ingegnere può dormire tranquillamente.”  Una volta chiarito che una grande causa di problemi potrebbe essere quindi la superficialità di chi lavora in questo ambito, siamo comunque convinti che la questione non si esaurisca qui: il degrado di molte delle nostre infrastrutture – che il prof. Pisani ci conferma, pur precisando che non siamo certo l’unico Paese al mondo in questa situazione – è sotto gli occhi di tutti. Può essere tutto dovuto solamente all’incompetenza e alla noncuranza o c’è qualcos’altro? “Il problema è il solito: il denaro. Nel caso del ponte Morandi c’è tutto un altro problema: la leggerezza di certa gente, ma è un altro paio di maniche… Che però ci siano moltissime strutture in pessime condizioni dipende dalle risorse che la comunità mette a disposizione per “tenerle in ordine”. Alla fine è tutto legato al quattrino.”

E non finisce qui, perché c’è anche tutto l’aspetto legale e burocratico da considerare:
“Tenete presente che, se non si è certi della necessità, il ponte non si chiude al traffico, perché se non riesci a dimostrare a un magistrato che era assolutamente indispensabile chiuderlo, rischi anche di finire in galera per quello.”

Torniamo quindi alla domanda iniziale: consapevole dell’esistenza di questi problemi, come faccio ad attraversare un ponte con serenità? È evidente che una persona comune, non dell’ambito, può rimanere tranquilla solamente se si fida che chi ha il compito di occuparsi di queste cose, pur con le limitate risorse di cui dispone, stia facendo bene il proprio lavoro. Insomma, non dobbiamo fare nulla di diverso da quello che, in fin dei conti, più o meno inconsciamente facciamo nella vita di tutti i giorni, quando ci fidiamo del conducente che guida la metro, del pilota dell’aereo, del chirurgo che ci opera e, in fondo, anche del professore che ci sta facendo lezione questo semestre. D’altra parte, la fiducia così intesa è intrinseca e necessaria nell’esperienza societaria dell’uomo. Senza di questa, non potremmo vivere le nostre giornate: paradossalmente non entreremmo neppure in casa nostra.

Il fatto che la società necessiti di questa “fiducia” dovrebbe porre una responsabilità su costruttori e manutentori: occorre che ciascuno svolga bene il proprio compito.

Partendo dunque dall’ipotesi positiva che chi lavora in questo campo sia responsabile e in buona fede, resta ancora un nodo da sciogliere: con tutte le limitazioni di cui si è parlato, con le poche risorse che si hanno a disposizione, è veramente possibile fare bene questo lavoro? Insomma, è ragionevole fidarsi?

Il prof. Pisani ci assicura che “si possono ottenere comunque discreti risultati”.

Ci racconta quindi di un dialogo avuto recentemente con un importante addetto ai lavori, nel quale è emerso che per il Nord-Ovest italiano (circa 12.000 ponti, più tutte le gallerie e crinali franosi) la supervisione delle infrastrutture è affidata solamente a una decina di ingegneri. Facendo un rapido calcolo, ci si accorge subito che non è fisicamente possibile che controllino tutti i ponti neanche una sola volta all’anno. Tuttavia, c’è uno stradino che passa ogni giorno a fare un controllo visivo. Pur non avendo le competenze di un ingegnere, può dare l’allarme in caso di anomalie e il suo ruolo può rivelarsi fondamentale. In un’occasione, infatti, notato un avvallamento su un ponte stradale, lo stradino ha dato l’allarme, causando la chiusura immediata del ponte che poi è crollato nel giro di mezza giornata. “Non potevano fare niente, ma erano là e hanno chiuso il ponte”. Come a dire, si fa quel che si può ma c’è sempre abbastanza per fare il minimo indispensabile: il problema è sempre quello di farlo bene, con coscienza.

In conclusione, se da una parte le reazioni più naturali e comprensibili sono state quelle che inneggiano alla caccia al colpevole, dall’altra siamo convinti che la tragedia di Genova debba essere guardata più a fondo, in quanto può portare con sé un interrogativo fondamentale rivolto a se stessi. La coscienza di questa fiducia è insita nella società e pone delle domande nette: “Ma io come lavoro? Io come studio? Con che cura faccio il mio piccolo? Contribuisco a giustificare questa fiducia?”. Lo stradino che ha individuato l’anomalia nel ponte, salvando ipoteticamente la vita di molte persone, è un esempio chiaro di una responsabilità vissuta con totale dedizione e coscienza.

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