Lockdown. Una fregatura?

Un erasmus a prova di lockdown

Nicolò Lastrico

Nicolò Lastrico

Tempo di lettura 4 min

Losanna, Svizzera. Forse la meta più vicina a Milano, di sicuro nella top 3. In Svizzera, in mezzo a tutta questa gente rigida. Perché mai uno vorrebbe andarci? La mia scelta era stata dettata soprattutto da motivi accademici: l’EPFL di Losanna per noi architetti è estremamente interessante, ma sto scoprendo sempre di più come nell’esperienza dello scambio, quello della didattica sia un aspetto molto limitato.  Appena dopo l’ultimo esame della sessione invernale, sono partito e ho avuto qualche giorno per ambientarmi nel nuovo appartamento.  Lì ho conosciuto i miei nuovi coinquilini: per me, milanese, questa è la prima esperienza da fuori sede. Il 17 Febbraio sono iniziate le lezioni, con i conseguenti momenti da primo giorno di scuola dove cominci a conoscere i compagni e ad attaccarti ai primi che ti parlano. Già il giorno successivo bisognava fare i gruppi per il progetto, per cui non c’era tempo da perdere. La vita in università è stata da subito intensa, anche per i rapporti coi compagni di atelier, dove il clima è sempre stato molto familiare. Molte volte, mi è capitato di uscire a prendere una birra con gli altri del corso che avevo appena incontrato, o addirittura abbiamo improvvisato degli aperitivi fuori dalle aule con i ragazzi degli altri atelier.

Intanto, oltre a crescere il rapporto coi compagni, è cresciuto anche quello coi miei coinquilini. Un esempio è stata una cena fatta con Germàn, un ragazzo di Barcellona, che ci aveva invitato a conoscere una sua amica più grande. Era il 12 Marzo. È stata una serata stupenda per il modo in cui eravamo liberi di raccontare di noi, come fossimo stati amici da sempre. Lei era talmente grata che ci ha addirittura offerto la cena. E poi, usciti dal ristorante, è arrivata la mail che in fondo tutti stavamo aspettando da qualche giorno. “Tutti i corsi da domani, venerdì 13 Marzo 2020, sono sospesi. Da lunedì 16 Marzo saranno tenuti online”. Tornando a casa ovviamente i miei pensieri erano rivolti solo a quello, ma in qualche modo la bellezza della cena mi rendeva fiducioso, più tranquillo, perché notavo come già c’era stata in quei giorni la promessa di un bene. Il giorno dopo, a cena, è stato bellissimo confrontarsi con gli altri sul da farsi, e in tutti nasceva l’interesse nel poter vivere al meglio possibile questa strana convivenza. Su sette, siamo rimasti in appartamento in cinque. Prima di quel momento è stato quasi scontato dire che sarei rimasto, ma era una risposta automatica, senza troppe ragioni. Invece, parlarne con gli altri mi ha fatto rendere conto della possibilità che c’era per noi di vivere intensamente questa circostanza così strana. In casa la vita è cambiata, ma in tutti si è fatta evidente una cura verso l’appartamento e verso gli altri. Tra le varie cose è stato stranissimo poter festeggiare insieme ai suoi amici di Torino la laurea di Pippo, ingegnere aerospaziale al Polito che ha svolto la tesi qui all’EPFL.

L’appartamento in generale mi stimola moltissimo, perché mi fa notare all’istante come sto vivendo. L’attenzione che pongo nel fare i mestieri, cucinare, stare con i miei coinquilini, mostra costantemente se sono superficiale, distratto o invece sto vivendo davvero, sono davvero cosciente di quello che mi sta succedendo, rendendomi conto che per me anche quello può essere un regalo. Anche la vita dell’università è evidentemente cambiata, e mi dispiace di non aver avuto la possibilità di approfondire tanti rapporti, ma ciò non ha impedito l’avverarsi di cose positive: mi ha colpito molto come sia cambiato il rapporto coi professori, diventato molto più umano. Tutti hanno avuto un’attenzione incredibile a che noi potessimo proseguire il nostro percorso senza impedimenti. Oppure mi colpisce come è cresciuto il rapporto con una mia compagna di corso italiana, che subito è stata libera di raccontarmi le sue fatiche.

Un altro punto fondamentale in questa situazione è stato il rapporto con la mia famiglia, che giustamente avrebbe preferito che tornassi a casa. Nonostante questo loro desiderio, mi sono reso conto di come attraverso la distanza mi trovavo a volergli molto più bene (mai nella vita ho sentito il bisogno di dover sentire i miei genitori, tanto meno raccontargli di me e di come stavo). 

È certo che il lockdown ha fatto sì che mi ritrovassi dentro a un erasmus storico: nessuno prima d’ora è andato via dalla propria città per rimanere in casa a seguire lezioni, e per questo è lecito chiedersi se ne sia valsa la pena, se in qualche modo mi sia sentito tradito. Posso dire invece che rimanere sia stata la scelta migliore e che sicuramente ne sia valsa la pena. Perché è una grazia ritrovarsi a chiamare amici delle persone che fino a tre mesi fa non avevo mai visto. Mi torna in mente anche una chiamata con Pit, un mio amico che studia architettura al Poli, a cui dicevo di come l’esperienza dell’erasmus diventava sempre più bella non tanto per i corsi, ma per il mio cambiamento e la mia crescita come persona. In questo, il lockdown non è stato un impedimento ma, al contrario, un’occasione sempre più vera per diventare grandi.

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