COVID-19 Da dove ripartire



COVID-19 Da dove ripartire

Due proposte per la gestione sostenibile dei pazienti fragili

Beppe Sala ha detto di recente: “Cambieremo. E il tempo nuovo potrebbe richiedere un nuovo assetto della nostra Repubblica. Quello basato su venti Regioni, ottomila Comuni e centomila lacciuoli amministrativi ha il passo del secolo scorso, troppo lento quando occorre decidere.”

Il Sindaco milanese punta il dito su una delle principali questioni su cui dovremmo concentrarci: l’organizzazione dello Stato e del suo Sistema Sanitario è appropriata rispetto alla sfida che la pandemia rappresenta? E’ efficiente mantenere l’attuale modello regionale (le Regioni si occupano sostanzialmente di Sanità, per cui spendono in media l’80% delle loro risorse) o si dovrebbe accentrare tutto nuovamente sotto la responsabilità dello Stato? 

Come ha avuto a dire Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale : Riguardo al rapporto tra Stato e Regioni, la Costituzione traccia una divisione delle competenze e indica i rispettivi ambiti d’intervento, ma poi nella realtà spesso le competenze s’intrecciano.” 

Traducendo: sulla Carta le cose sono chiare, ma nella realtà si complicano.

Il nostro sistema sanitario è disomogeneo. Nonostante infatti esso preveda che le singole regioni debbano garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) a tutti i cittadini, ci sono enormi disparità tra queste ultime: il giornalista Federico Fubini sul Corriere della Sera fa notare come, solo nel 2019, 808 mila italiani provenienti da tutta la penisola sono stati curati in Lombardia. 

Se questo assetto da un lato ha creato differenze a livello regionale, dall’altro è innegabile che abbia contribuito a generare una sfida per l’eccellenza all’interno delle regioni stesse. In Lombardia per esempio, ha nutrito una sana competizione tra pubblico e privato che ha portato un miglioramento nei servizi sanitari messi a disposizione dei cittadini. Sarebbe, comunque, superficiale e liquidatorio dire che questo sistema non ha funzionato solo perché “siamo stati colpiti da una bomba atomica” (Giulio Gallera, assessore al welfare lombardo). C’è dell’altro.

Il Direttore Generale dell’Istituto Superiore di Sanità, Angelo Del Favero, nel suo discorso al Senato del 5 maggio afferma: “Molti sistemi sanitari dei Paesi Europei, compresa l’Italia, hanno evidenziato a fronte del fenomeno inatteso (COVID-19), delle crepe significative ed una generale inadeguatezza nel rispondere ad eventi epidemici caratterizzati da una forte contagiosità e, pertanto, ad una moltiplicazione esponenziale dei casi.”

C’è dunque qualcosa che dobbiamo ripensare?

La difficoltà nel gestire le persone infette in aree come la Lombardia nasce da una scelta fatta più di due decenni fa: concentrare tutti i servizi in grandi hub ospedalieri per guadagnare efficienza e poter risparmiare sui costi. Nel corso degli anni i medici di famiglia e tutta la medicina territoriale sono stati depotenziati fin quasi a scomparire. Infatti diversi medici pensionati, non sono stati sostituiti. La FIMMG (Federazione Italiana Medici Di Medicina Generale) nel 2018 ha dichiarato che entro il 2023  smetteranno di lavorare 14.908 medici di famiglia, così lasciando 14 milioni di italiani senza medico di base.

Il Professor Del Favero a riguardo dichiara: “Prima nell’importanza, la questione del territorio e della prevenzione. I servizi territoriali sono disomogenei e spesso (soprattutto al Sud, ma non solo) poco strutturati. Va richiamata la figura centrale del Medico di Medicina Generale che in molte realtà opera ancora, troppo spesso, da “solista”. La crisi COVID-19 ha insegnato infatti, che chi ha trattato i pazienti a domicilio in modo via via più adeguato, ha drasticamente ridotto il tasso di letalità (esempio in Europa: la Germania; in Italia: il Veneto e l’Emilia Romagna).”

Sarebbe da ricercare una soluzione che non sia estrema (regionalizzazione vs centralizzazione)  bensì mediana, in cui i compiti e le autorità di ciascun organo siano ben definiti (eliminando molti ambiti di responsabilità condivisa), lasciando allo Stato centrale il compito di gestire la preparazione e la risposta alle epidemie, e alle Regioni la pianificazione e la gestione della rete ospedaliera. Tutto questo nel quadro di una ricostruzione della rete territoriale (fuori dagli ospedali) che si focalizzi sulle cronicità (cardiopatici, diabetici, etc. etc.) e sui pazienti fragili (anziani innanzitutto).

Con tali proposte si eviterebbero i rimpalli di responsabilità (dalla questione di chi avrebbe dovuto curare l’approvvigionamento delle mascherine, a chi avrebbe dovuto chiudere i Comuni di Alzano e Nembro, ecc.) ai quali abbiamo assistito e si aiuterebbe a riparare gli strappi che ci sono nel nostro sistema sanitario nazionale.

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