Quarantena in Austria

Tre mesi di isolamento in compagnia dei propri amici (via web)

Da Novembre 2019 sono a Villach per svolgere la mia tesi di laurea lavorando in Infineon, azienda che produce semiconduttori. Quando è scoppiata l’epidemia di COVID-19 ero tornato in Austria da poche settimane dopo la sessione d’esame trascorsa a Milano. All’inizio la gente era abbastanza noncurante della faccenda ma poi, dato che siamo a soli 20km dal confine con l’Italia, sono stati presi i primi provvedimenti, sia a livello governativo sia a livello aziendale, che miravano a bloccare gli spostamenti da e per l’Italia. 

Per me queste iniziative non sono state il massimo, un pò per l’ “ingiusto” impedimento a tornare in patria per un weekend o per una gita sulle Dolomiti, un po’ per l’atteggiamento sornione e a volte beffardo dei colleghi che vedevano gli italiani come coloro che hanno combinato un altro pasticcio. 

Di giorno in giorno la situazione, come sapete, si è evoluta e anche qui sono arrivati i primi casi. Una volta capito che non sarebbe stata una faccenda che poteva essere risolta in due settimane, ho iniziato a pensare seriamente a come pormi davanti a questa realtà, non tanto per quello che vivevo qui dove tutto procedeva nella normalità, quanto piuttosto nel rapporto con la mia ragazza e i miei amici che erano tutti a Milano. 

Con lo scattare del lockdown e con l’insistenza di alcuni miei colleghi nel guardare la faccenda come una chiacchera da bar, trattando il numero dei contagiati come una statistica di una partita di calcio giocata il giorno prima, ho iniziato ad evitare di incontrare alcuni di essi, chiudendomi nell’idea “loro non sanno cosa si prova a vedere i propri cari chiusi in casa col rischio di prendere il virus”.

Il 12 marzo in azienda è arrivata la notizia che dal giorno successivo avremmo lavorato da casa e, nel trambusto generale per prendere ciò che a ciascuno serviva, è stato molto bello discutere di questo con il mio tutor aziendale: lui era preoccupato il suo figlio di 8 anni e per sua moglie psicologa che, lavorando in una clinica dove i pazienti arrivano da tutta l’Austria, era esposta ad un alto rischio di contagio. Ha iniziato a chiedermi come fosse la situazione per i miei genitori e per la mia ragazza (che lavora anche lei in ospedale) e il ho capito che il desiderio che ci accomuna è fare il possibile per proteggere i propri cari.

Da un mese ormai lavoro sulla mia tesi da casa, ma siccome abito in un appartamento per due persone dove l’altra stanza è sfitta da due mesi, sono praticamente chiuso da solo in queste quattro mura. All’inizio avevo molta paura di come sarebbe potuta andare, dato che non mi piace molto la solitudine, specialmente quando studio o lavoro (sia per una questione di produttività sia per una questione di compagnia umana), ma posto alle strette da questa circostanza ho deciso di accettare la sfida della “solitudine” con l’obiettivo di non cadere sotto i colpi dell’apatia.

Proprio qui si è rivelato cruciale l’aiuto a distanza della mia ragazza e dei miei amici, che non mi fanno sentire affatto solo, anzi mi danno l’opportunità in ogni chiamata di guardare a quello che sto facendo e quando mi accorgo che ho sprecato una giornata, il giorno dopo  riparto col desiderio di dare il mio contributo in quello che devo fare, che in questo periodo è la tesi. 

Non ho trovato nessuna formula della felicità, tuttavia questo rapporto profondo e quotidiano riesce ad aiutarmi nel combattere quella vocina dentro di me che mi invita a restare a letto fino a tarda mattinata o a non fare attività fisica dato che non posso andare in palestra.

 

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