Elezioni USA

La caduta del gigante

Polipo ANNO X – Numero 2

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Sono studente al quarto anno di ingegneria dell’automazione. Appassionato della cultura americana, ho studiato un anno nel Maryland durante il liceo, dove ho avuto modo di addentrarmi in questa meravigliosa realtà. Sono anche musicista per passione, e cestista nel poco tempo che mi rimane.

Ho pensato molto a cosa raccontare riguardo le ultime elezioni americane. Nonostante sentissi il bisogno di dire la mia, mi sono subito reso conto di quanto poco sapessi effettivamente. La bufera mediatica sulla nomina di Trump a presidente degli Stati Uniti sembrava avermi impressionato senza però aver lasciato alcuna traccia. Chiaramente non poteva essere così; d’altronde sono sempre stato appassionato della cultura americana.

Ho sempre guardato con indifferenza i due candidati. Diffidavo del magnate populista Trump, che con aria imprenditoriale e anti-politica, si faceva strada tra la middleclass impoverita dalla crisi, animata da un sentimento fondamentalmente razzista. Guardavo con timore anche la Clinton, candidata democratica, leader del liberalismo e dei cosiddetti radical chic, paladini dei diritti delle minoranze e degli emarginati. Ma la questione non mi toccava più di tanto. In fondo, non era mio dovere né un mio diritto votare per il presidente americano. Tuttavia mi rendevo conto che tutti quegli ideali dell’American Dream che avevo intercettato nella mia esperienza statunitense stessero piano piano cadendo a pezzi. Senza sapere nulla di politica, notavo una certa frammentazione all’interno dell’elettorato. Anche fra i miei amici d’oltreoceano notavo un certo spaesamento nell’identificarsi con uno dei due candidati. Come un bambino, guardavo il succedersi degli avvenimenti, gustandomi le scene, che avevano il sapore aspro di una puntata di “House of Cards”.

Al momento della votazione, sono rimasto del tutto neutrale. Non mi accorgevo della portata storica di quello che stesse succedendo. Capivo però che crogiolarsi nel disinteresse non poteva essere la risposta al mio desiderio di capire. Dopotutto, stiamo parlando del paese forse più potente al mondo. La scelta del presidente avrebbe in ogni caso avuto un sacco di ripercussioni in ambito economico, o perlomeno culturale per tutto il globo. Sentivo tanti pareri contrastanti. Anche fra i miei amici aventi diritto di voto, nonostante si fosse tutti d’accordo sul dover scegliere il meno peggio, rimaneva comunque l’ambiguità. Nessuna delle spiegazioni mi bastava. Le fragilità erano troppe. Come guardare questa situazione con ottimismo? In questa situazione, l’esito sarebbe risultato disastroso in ogni caso, soprattutto perché avrebbe evidenziato la precarietà di una istituzione che negli anni aveva preso dimensioni quasi teocratiche. Anzi, ne avrebbe definitivamente accertato la fragilità. Ma ancora di più, capivo che era fondamentale prendere una posizione, anche in vista dell’imminente referendum del prossimo 4 dicembre. Come avrei potuto votare la prima domenica di dicembre senza prendere seriamente la questione in ogni suo aspetto?

Leggendo vari articoli in merito, mi rendevo sempre più conto di quanto fosse fondamentale dare il mio contributo. Non per fare una scelta, ma perché, citando un periodico americano, “questi tempi sono una enorme opportunità per tutti quelli che, a parte le idee politiche, desiderano rimboccarsi le maniche e lavorare per il bene comune”. Se non per il bene comune, per cosa vale la pena votare?

Senza questa premessa, il voto sarebbe stato solo un voto, e la vittoria dell’avversario una sconfitta. Capii che era questa la promessa che poteva emergere: la possibilità di poter ripartire a costruire. Questa posizione poteva reggere sia per l’americano confuso sulle elezioni presidenziali, sia per me, giovane studente italiano che non sa nulla sulla costituzione del proprio paese. La cosa più sorprendente è stata, alla luce di questa nuova posizione, la scoperta dell’esito. Una volta appresa la vittoria di Trump, rimasi piacevolmente stupito. Non certo per una preferenza personale, o una particolare previsione politica, ma per una curiosità di fondo. Ero sereno, perché vedevo che nonostante le polemiche, il mio giudizio non poteva essere scalfito; anzi, si consolidava sempre di più, e prendeva piede un entusiasmo del tutto nuovo, che abbraccia non solo la politica, ma tutte quelle sfide che la vita ci pone davanti. Mi accorgo solo ora, mentre scrivo queste poche righe, di quanto sia conveniente prendere sul serio queste provocazioni, perché diventar uomini significa anche sviluppare la propria capacità critica, e metterla all’opera in ogni ambito della vita. E mi accorgo sempre più di quante occasioni ci siano per crescere, che vanno anche al di là delle nostre aspettative.

Ho proprio il desiderio di scoprire come quest’uomo così controverso riuscirà nel suo intento, anche perché, citando il presidente uscente Obama, “ora dobbiamo fare il tifo per il successo di Trump per unire e guidare il Paese”.

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