Joker


Joker

That’s life

Polipo ANNO XIII – Numero 2

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Illustrazione a cura di Camilla Tomasetti

Arthur Fleck è un uomo mentalmente instabile che vive per la madre malata. Ha una vita difficile, è un clown sottopagato che sogna di diventare un grande comico che fa ridere tutti. “Mia madre mi diceva sempre di sorridere e di mettere una faccia felice, mi diceva che ho uno scopo, portare risate e gioia nel mondo”. Sua madre gli ha insegnato ad essere sempre felice e che è bene rendere felice anche gli altri, “Happy” lo chiamava, ma non si è mai preoccupata di accertarsi che lui lo fosse effettivamente. Al contrario, si vede fin dall’inizio del film che il doverismo che si sente addosso gli impedisce di essere se stesso a tal punto da renderlo incapace di piangere e di esprimere la sua tristezza. Al ramo della trama che riguarda le cause della particolare comicità di Arthur si accosta quello della ricerca di una figura a cui appartenere, come quella del “padre”, personaggio sempre stato assente nella storia del protagonista. Questo aspetto è decisivo nella narrazione perché il film prende una svolta proprio nel momento in cui questi due temi si intersecano, ossia quando tutto il dolore che Arthur non riesce a esternare con la sua comicità, e che tenta di coprire con la maschera da clown, incontra il vuoto di senso provocato sia dal presunto tradimento della madre che dalla rinuncia alla ricerca del padre. In questo punto della storia nasce la rassegnazione, nasce Joker. Questo personaggio è totalmente mosso dall’assenza di senso della sua vita e dall’impossibilità di lasciarsi afferrare da qualcuno. “Per tutta la vita non ho mai saputo se esistevo veramente” dice alla psicologa nell’ultima seduta e ancora “Spero che la mia morte abbia più senso della mia vita” scrive nel diario. Joker non viene presentato come un antagonista, è un pazzo, è l’interiorità di Arthur finalmente liberata. La tragicità del film sta nella giustificazione di questa follia. Come poteva non impazzire? “Molte volte ho pensato di farla finita, ma il mio cuore non ci stava ma se non c’è niente che verrà a scuotere questo luglio avvolgerò me stesso in una grande palla e morirò” canta Sinatra nell’ultima scena. Nessuno si salva da solo, c’è bisogno di qualcosa che ci stupisca e ci permetta di vedere oltre il nostro dolore. Da dove si riparte? Dalla domanda, perché chi domanda ha ancora speranza che esista una risposta e finché si spera non si può impazzire. Quel che è mancato ad Arthur è stato qualcuno a cui chiedere, gli è mancata la “figura del padre”, una autorità a cui abbandonarsi e a cui affidare le sue pene e la sua intera vita.

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