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Nell’isolamento del mondo, riscoprirsi insieme

Una sera di inizio marzo, con addosso la stanchezza di una giornata come tante, è arrivata la notizia che avrebbe cambiato tutto. La Lombardia chiudeva, e a ruota l’Italia intera si sarebbe all’improvviso fermata. Dal panico iniziale di chi temeva di non poter raggiungere casa, alla semplicità di una musica suonata dal balcone: la prima scossa di questa lunga fatica ha generato un contraccolpo fatto di tutte le sfumature dell’umano. Abbiamo dovuto accettare di cambiare: cambiare abitudini e a volte cambiare idea, ammettendo di non sapere e di non capire la portata di ciò che stava avvenendo. Così, siamo stati costretti bruscamente ad aprire gli occhi di fronte alla fragilità nostra e di tutte le cose che, fino al giorno prima, avremmo detto così ostinatamente certe.

Mentre veniva meno la routine, in tutto il mondo qualcosa cresceva e si affermava. Un’umanità imprevista e spontanea è fiorita, senza attendere alcun decreto, in milioni di iniziative, gesti e realtà che fino a pochi mesi fa nessuno avrebbe immaginato. Non si tratta di qualcosa che è stato costruito, non il frutto di un talento o di una buona strategia, ma al contrario una risposta. Una risposta quasi impulsiva alla tragedia che inondava il mondo, accomunato così profondamente da una fragilità drammatica. È solo passando per questa stretta presa di coscienza che si può guadagnare il coraggio e la fiducia che stanno risollevando il mondo.

Energie nuove di persone che si sono riscoperte insieme: questo è quello che abbiamo voluto raccogliere in questo articolo nella speranza che questa bellezza resti e che, quando tutto sarà finito, niente sia più come prima.

Letizia Maria Perri

Polichina e certificazioni: soluzioni made in Polimi

Tempo di lettura 1 min

Una risposta che ci ha molto colpito arriva da una realtà a cui siamo particolarmente affezionate, il Poli. Il 29 Marzo, il Magnifico Rettore ci racconta, nell’ormai appuntamento fisso delle mail serali, della Polichina: un liquido igienizzante prodotto dal Dipartimento di Chimica Materiali e Ingegneria Chimica Giulio Natta che viene distribuito gratuitamente dall’Azienda Regionale Emergenza Urgenza della Regione Lombardia a tutte le Aziende Socio Sanitarie Territoriali e alle Protezioni civili del territorio lombardo. Il Politecnico riesce a garantire una produzione di circa 6000 litri di igienizzante al giorno per rispondere alle richieste di questa emergenza.

Inoltre il Magnifico ci informa anche che i Dipartimenti di Scienze e Tecnologie Aerospaziali, di Energia, di Chimica Materiali e Ingegneria Chimica Giulio Natta si stanno occupando di effettuare test di conformità tecnica su materiali per la realizzazione di mascherine chirurgiche e di dispositivi di protezione individuale. É evidente come il contraccolpo iniziale abbia fatto nascere un desiderio di non rimanere con le mani in mano, ma di offrire i propri mezzi e strumenti per rispondere a un bisogno così urgente in questa situazione!

Per saperne di più: https://www.cmic.polimi.it/magazine/stories/polichina/ 

Letizia Petulicchio

Una Casa a João Pessoa ​

Tempo di lettura 3 min

La storia di Betta inizia alla fine di un percorso: lo scorso 18 dicembre, laureata in Ingegneria Biomedica, festeggiava come tutti quelle che per un po’ sarebbero state le ultime lauree in presenza del Politecnico di Milano. Non tutti i laureati hanno un’idea chiara di ciò che li aspetta, tutti si chiedono che cosa vogliono essere, che lavoro vogliono fare, che ingegnere vogliono diventare. Da amica e coinquilina, posso dire che Betta non aveva la minima risposta a nessuna di queste domande, ma qualcosa sapeva per certo: prima di intraprendere questa nuova parte della sua strada, doveva passare per il Brasile. 

João Pessoa è la città che l’aspettava: due suore, una Casa e 120 bambini che ogni giorno, prima e dopo la scuola, sanno che c’è un posto dove possono tornare. Un punto di riferimento e un punto di bellezza in un luogo di povertà e confusione come il nord del Brasile. Affascinata dai racconti di alcuni amici affezionati alla Casa dos Sonhos, Betta aveva deciso di dedicare due mesi a questo piccolo progetto, nella grande ambizione di capire qualcosa in più di sé. Quando l’abbiamo accompagnata all’aeroporto, era il 2 marzo e avevamo appena intuito l’emergenza che era sul punto di travolgere le nostre giornate. Paradossalmente, il Brasile ci sembrava più al sicuro di noi.

Betta è atterrata con un sorriso immortalato in un selfie pieno di aspettative: la prima foto oltreoceano. Poi, tre settimane incredibili; l’amicizia con Estela e Judith, due suore piene di vita e di coraggio, gli altri volontari della Casa dos Sonhos, ma soprattutto i bambini. I giochi con loro e la gioia che riempiva i loro occhi profondissimi con una nota dolce di malinconia, forse il segno di una vita dove nulla si può dare per scontato. Le foto che ci arrivavano, con quelle ambientazioni esotiche di palme e di papaye, parlavano di una Betta piena di gratitudine e stupore.

Poi un giorno, l’emergenza ha raggiunto anche Joao Pessoa. Le scuole chiudevano e la Casa dos Sonhos avrebbe sospeso la sua attività, niente più giochi, palloni e disegni: bisognava restare a casa. Certo, abbiamo vissuto in prima persona la sensazione strana di non poter uscire, ma come si può restare a casa, quando “casa” è una stanza di pochi metri quadri? E come può un bambino giocare se è abituato a non avere altro che una strada? A Joao Pessoa, in casa è difficile stare, e molto spesso proprio in casa si vivono situazioni amare di povertà e conflitto. Fortunatamente, ad accogliere i bambini ci sono realtà come la Casa dos Sonhos, che con semplicità portano avanti un grande progetto di educazione, garantendo inoltre ai bambini una nutrizione completa e corretta. Tutto questo cammino stava per essere interrotto nel vortice della pandemia. E l’impotenza era tanta. 

Poi una chiamata, un’idea che nasce per stare vicino ai ragazzi e alle loro famiglie, anche a distanza: un video, che diceva tutto il bello di quelle tre settimane e una domanda di aiuto. Servivano fondi per poter acquistare pennarelli, quaderni, fogli, ma anche cibo da mandare a tutte le famiglie: insomma, un kit per sentirsi alla Casa dos Sonhos, anche a casa propria. È partita la raccolta e, in pochissimo tempo, la somma aveva superato di gran lunga le aspettative. Così, Betta ha trascorso le ultime settimane a fabbricare quadernini da colorare, con esercizi diversi per ogni fascia d’età, distribuendoli poi ai genitori, che facevano la fila davanti alla Casa. Il tutto con il sostegno e la collaborazione di tutte le maestre che normalmente lavorano alla Casa, e soprattutto di Estela e Judith, uniche nella loro certa serenità anche davanti all’emergenza.

Ora Betta è tornata in Italia, con un po’ di anticipo perché richiamata dall’ambasciata, vista la situazione sempre più critica che sta sconvolgendo il Brasile. È un po’ che non la vedo, ma credo che negli occhi porterà sempre quella saudade delle canzoni brasiliane, forse la stessa di quei bambini che per sempre porterà nel cuore.

Per saperne di più:
https://bit.ly/2xHuKk3
https://youtu.be/XVeQlehzmt0
https://youtu.be/-5DO2kFveoU
https://youtu.be/B2-uS_DLcfw

Anna e Bianca: l’emergenza raccontata in prima persona

Tempo di lettura 4 min

Siamo due soccorritrici volontarie dell’associazione EMS (emergenza milano soccorso), e come tanti altri operatori sanitari stiamo affrontando personalmente l’emergenza covid 19. In questo momento stiamo vivendo insieme, lontane dalle nostre famiglie per evitare i contagi e per farci compagnia nell’affrontare questa situazione.  

Fin dal principio, questa situazione ci ha scosso su diversi fronti. Abbiamo iniziato da un giorno all’altro a dover utilizzare nuovi dispositivi di protezione individuale, ad adottare nuovi protocolli e a seguire le indicazioni dell’Areu che cambiavano di settimana in settimana. E’ cambiata la tipologia di servizi, ci sono sicuramente meno incidenti stradali ma incontriamo un numero infinito di anziani con gli stessi sintomi: febbre, tosse e problemi respiratori. Ormai la maggior parte delle chiamate arrivano come sospetti covid: noi entriamo nelle case, tutti coperti, valutiamo i pazienti, forniamo ossigeno se necessario e in base alla gravità e ad altri fattori decidiamo se lasciarli a casa o portarli in ospedale. La cosa che però sin dall’inizio ci ha colpito di più forse è stato l’impatto emotivo e psicologico che la pandemia ha avuto sulle persone. Ormai ogni servizio è un continuo ripetersi di saluti, di addii e di gesti che si trattengono per la paura. Sono padri, figli, coppie separate all’improvviso dal virus che non possono seguire i propri cari, che non sanno se li rivedranno, che ci chiedono come poterli contattare. 

Non ci si abitua mai alla morte e alla sofferenza, ma sono cose che già ci era capitato di incontrare in ambulanza. Quello per cui non eravamo preparate è la paura, l’angoscia e la solitudine che toccano e trascinano tutti. Vogliamo raccontare due episodi che ci hanno particolarmente colpito. 

Anna

Ci chiamano in rosso cardiocircolatorio per un uomo di 73 anni.  Appena arriviamo sul posto, la moglie ci apre la porta, entriamo in casa e troviamo suo marito a terra. Dopo un’immediata valutazione, constatiamo che l’uomo è in arresto cardiocircolatorio e iniziamo le manovre di rianimazione. Attiviamo il dae, iniziamo le compressioni toraciche, finchè dopo quindici minuti, arriva l’auto medica che dichiara il decesso del paziente. Bastano quelle parole del medico per passare da un momento dinamico pieno di adrenalina e concentrazione, a un silenzio gelido e profondo. Ci allontaniamo dal corpo per permettere alla moglie di avvicinarsi, lei si precipita in lacrime, e accasciandosi su di lui inizia a baciarlo. 

Sistemiamo il materiale nella maniera più discreta possibile e intanto il medico si rivolge al figlio per spiegargli le varie questioni burocratiche (pompe funebri, certificati..). Questo, in lacrime ma abbastanza lucido da ascoltare, lo interrompe per dirgli che vorrebbe abbracciare sua mamma in quel momento, ma la paura del contagio glielo impedisce. 

Il medico, stupito, gli risponde: “Puoi anche darglielo un abbraccio…”, ma lui non se la sente, e continua a mantenere una certa distanza con la mascherina in volto. Una volta finite le procedure previste, adagiamo il corpo sul letto, facciamo le condoglianze ai famigliari e ce ne andiamo. 

Tornata a casa, non ho fatto altro che pensare non tanto al servizio in sé, bensì alla reazione del figlio, di cui non riuscivo a capacitarmi. Mi è sembrata una scena assurda, che decontestualizzata potrebbe definirsi disumana: la paura del virus  prevarica su un abbraccio a una madre che ha appena perso il marito. Ho affrontato questo servizio quando ancora la quarantena non era iniziata, ma questo episodio è stato comunque un forte campanello di allarme di come la paura e l’ansia che caratterizzano questa pandemia possano dominare sentimenti naturali e affettivi come quello di un figlio verso i propri genitori. 

Bianca

Durante un turno ci chiamano in giallo psichiatrico per un uomo di 45 anni. Era andato a vivere con i suoi genitori per aiutarli, quella sera si ubriaca e scrive alla fidanzata che vuole suicidarsi. Ha un’azienda con dei dipendenti, ha paura che fallisca, di dover lasciare a casa persone che confidano in lui, che hanno bisogno di uno stipendio. In casa troviamo la polizia, suo padre che piange, sua madre che continua ad urlare e lui che non si regge in piedi. Prendiamo i parametri, gli chiediamo se vuole venire in ospedale per parlare con qualcuno, ma lui non vuole. Non possiamo fare nulla, quindi ce ne andiamo assicurandoci che rimanga sempre accompagnato. 

Dall’inizio della quarantena mi è capitato più volte di assistere a casi simili. Persone che non avevano precedenti e che d’un tratto erano diventate un pericolo per loro stesse. 

Mi  colpisce perché questo virus ha avuto un impatto più duro sugli individui più fragili della società, ma non solo fragili a livello sintomatico, quindi anziani ed immunodepressi, ma anche a livello psicologico. Tutti abbiamo vissuto momenti di angoscia e paura, ma non tutti siamo in grado di affrontarli allo stesso modo. 

Davanti a questa situazione così drammatica sorge la domanda sul senso del nostro contributo. Le ragioni per cui continuiamo a fare turni sono le stesse di prima, ovvero per aiutare concretamente persone che hanno bisogno. 

Sappiamo di non poter fare tanto, ma ci rendiamo conto che nel momento in cui lo incontriamo, il paziente è in una situazione di fragilità, sofferenza e paura, e tale instabilità lo porta ad essere sensibile a tutto ciò che lo circonda, anche a piccoli gesti insignificanti. Per questo il semplice modo con cui ci rivolgiamo al paziente, con cui gli poniamo le domande per valutarlo o con cui gli chiediamo di offrirci il braccio per misurare la pressione, per lui possono essere molto significativi, anche se non risolveranno i suoi problemi.

Ed è questa maggiore attenzione al paziente che ci educa a dare un nuovo valore ai piccoli gesti, che nella loro semplicità possono fare la differenza per chi ci sta davanti, che in un momento può essere il paziente, in un altro la tua coinquilina a cui prepari la cena, o i genitori che chiami alla sera.

Benedetta Lia Mandelli

Da Armani a Bacardi, passando per Downton Abbey: la risposta delle aziende

Tempo di lettura 1 min

Bevi, o meglio, disinfetta responsabilmente. Lavarsi spesso le mani è una frase che ormai è diventata un mantra quotidiano in questi tempi di pandemia da coronavirus. Da subito c’è stata una crescente richiesta di disinfettanti, di antibatterici e di alcol al punto di lasciare gli scaffali dei supermercati vuoti. A fronte di questa necessità aziende del mondo beverage, come Bacardi, Martini e tante altre, ne hanno fatto una virtù e sono passate dalla produzione di spirits a quella di disinfettanti offrendo così la loro propria “materia prima” per rafforzare la disponibilità in ospedali, presidi sanitari e studi medici.

Anche nell’industria tessile grandi nomi come quello di Giorgio Armani e di Prada si sono implicate trasformando le fabbriche, che probabilmente avrebbero prodotto abiti per la collezione primavera estate che ormai vedremo con il binocolo dal balcone di casa, e riconvertendole per la produzione di camici e mascherine. 

Per ultime ma non meno importanti vogliamo ricordare anche tutti i costumisti delle pluripremiate serie televisive come “Downton Abbey”, “Il Trono di Spade” e ancora tante altre che hanno unito le forze per fare camici per i medici che combattono l’epidemia.

Letizia Maria Perri

Dalle carceri per tutti: un passo oltre l’isolamento

Tempo di lettura 1 min

Appena scoppiata l’emergenza del Coronavirus non è stato possibile non rivolgere un pensiero alle carceri e alle condizioni in cui vivono già normalmente i detenuti, condizioni che purtroppo non permettono, ad esempio, di mantenere il distanziamento sociale, una delle prime “regole” da rispettare durante questa pandemia. Nonostante ciò, anche da questa situazione così critica e drammatica è nato quello che noi abbiamo chiamato il cambiamento. Vi sarà capitato di leggere sui giornali di alcuni istituti penitenziari che hanno deciso di riconvertire le loro lavorazioni sartoriali in produzione di mascherine di tipo chirurgico in “tessuto non tessuto”. Il blocco di quelle attività, causato dal coronavirus, ha determinato la necessità di riconvertire la produzione senza frenare la voglia di fare, “così mi sento più utile” scrive un detenuto. nel carcere di Busto Arsizio, invece, è partita una raccolta fondi per l’acquisto di 58 tablet da destinare alle persone colpite dal virus in isolamento in ospedale, “sappiamo cosa vuol dire essere isolati, non poter sentire la famiglia”, scrivono i detenuti mentre raccontano la loro esperienza. É impossibile non rimanere colpiti di fronte a questi fatti, a questi desideri e gesti di bene per gli altri, testimonianze di un’umanità vera e bella.

Letizia Maria Perri

Iniziative di volontariato: un mondo di persone che si muovono

Tempo di lettura 2 min

Di attività nate in risposta all’emergenza Covid-19 se ne sente tanto parlare, si leggono articoli sui giornali e racconti sui social, diventati un grande strumento di condivisione e di informazione rispetto a tutte le opere di volontariato presenti in tutto il mondo. 

Piccole iniziative nate tra le vie dei quartieri, come gruppi di giovani che organizzano turni per fare la spesa agli anziani o all’interno delle Università. Mi colpisce leggere di studenti di Praga che si offrono come babysitter per i figli dei medici, occupati in prima linea nella lotta contro il virus. Attività simile è quella offerta dalla piattaforma HospitalHero che connette medici con volontari, per offrire loro semplici servizi di aiuto, dal babysitting al servizio della spesa. 

Ci sono poi le associazioni che non smettono mai di fare del bene e soprattutto ora si danno da fare per far fronte a questa emergenza, come ad esempio l’Associazione Progetto Arca, centro di accoglienza residenziale, che per rispondere all’urgenza sta mettendo in campo misure straordinarie di pronto intervento per proteggere chi una casa, dove stare al sicuro, non ce l’ha.

Una storia simile è quella della Comunità di Sant’Egidio, comunità molto attiva in Africa, che con l’arrivo dell’emergenza Covid-19 in Kenya si è attivata per soccorrere i tanti poveri che hanno perso anche la possibilità di ricevere l’elemosina. La Comunità si è attivata nei luoghi in cui è più presente il contagio, con distribuzioni di materiale igienico-sanitario e cibo alle famiglie dei bambini, con una consegna di generi alimentari agli anziani nei villaggi e la distribuzione di oltre mille pasti a settimana ai ragazzi di strada. 

Leggere di tutte queste iniziative mi fa pensare che in questa situazione il cuore dell’uomo si sta accorgendo realmente di ciò che desidera, cioè il bene, e che l’uomo, con tutte le sue sfaccettature e la sua storia, fatta anche di dolore e fatica, sta cercando in tutti i modi e con tutti i mezzi possibili di rispondere a questo bisogno!

Benedetta Lia Mandelli

Scendere in campo

Tempo di lettura 1 min

Essere uomini vuol dire prendersi cura della vita, della propria ma anche di quella degli altri. Sono un esempio concreto di questo fatto chi come i volontari della Croce Rossa, e anche di altre associazioni, hanno continuato a mettersi al servizio dei più deboli nonostante il rischio di portare nelle proprie case il nemico tanto temuto. La Croce Rossa è stata in prima linea sin dall’inizio dell’emergenza. Sono stati tanti coloro che si sono resi disponibili come volontari temporanei per diversi servizi tra cui la consegna dei pacchi alimentari, farmaci e beni di prima necessità alle persone vulnerabili, il controllo dei passeggeri in aeroporto o per fornire informazioni per assistenza presso centralini telefonici, desk o presso le tende e le strutture di emergenza. Nel loro piccolo esistono anche altre piccole realtà, come quella di Chef in corsia che ci ricordano che c’è bisogno di qualcuno che si prenda cura anche di quelli che in questi mesi chiamiamo “eroi” e che di fatto lo sono diventati a tutti gli effetti. L’iniziativa è partita da uno studente di un istituto alberghiero che ha convinto suo padre e suo nonno, proprietari di una gastronomia, a cucinare per i medici dell’ospedale Sacco impegnati nella “guerra contro il Coronavirus”. Proprio per questo ha creato la mail chefincorsia@gmail.com per cercare ristoratori, gastronomie e pasticcerie che vogliano aiutare i tanti medici che con turni incredibili donano se stessi per i tanti pazienti.

Benedetta Lia Mandelli

Ricerca: dalla competizione alla collaborazione globale

Tempo di lettura meno di 1 min

Se non si uniscono le forze e le menti non si va da nessuna parte. Per questa ragione stanno nascendo progetti e piattaforme come Crowdfight COVID-19 oppure il COVID-19 Pandemic Shareable Scientist Response Database, dove le esigenze dei ricercatori che lavorano specificamente sul COVID-19 sono messe in contatto con le abilità e la disponibilità di volontari non direttamente coinvolti ma che vogliono aiutare. Si è passati da una continua competizione tra laboratori, che spesso sgomitano su uno stesso problema tenendo nascoste le proprie carte nel terrore di vedersi sconfiggere dall’avversario, alla collaborazione e al libero scambio di dati.

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