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Perché una sezione estero?

L’idea è venuta spontanea mentre pensavamo a questo sito. Racconti di amici e compagni di corso che hanno passato dei mesi fuori dall’Italia per l’erasmus o per la tesi. Esperienze, non resoconti sulla didattica o  “cataloghi di possibili mete”. Ogni anno sentiamo parlare del bando per la mobilità e della possibilità di studiare all’estero. Affascinante. Ma perché si parte? Per staccare dalla vita stressante del Politecnico?
C’è chi sostiene che non sia solo questo. Perché? Cosa c’è in più rispetto allo studio che conosciamo? Gli articoli raccontano di chi ha scelto di immischiarsi in una realtà nuova. Quello che ha scoperto e quello che è rimasto, nella speranza che possa smuovere chi legge.

Davide Grasso

Quarantena in Austria

Tre mesi di isolamento in compagnia dei propri amici (via web)

Tempo di lettura 3 min

Da Novembre 2019 sono a Villach per svolgere la mia tesi di laurea lavorando in Infineon, azienda che produce semiconduttori. Quando è scoppiata l’epidemia di COVID-19 ero tornato in Austria da poche settimane dopo la sessione d’esame trascorsa a Milano. All’inizio la gente era abbastanza noncurante della faccenda ma poi, dato che siamo a soli 20km dal confine con l’Italia, sono stati presi i primi provvedimenti, sia a livello governativo sia a livello aziendale, che miravano a bloccare gli spostamenti da e per l’Italia. 

Per me queste iniziative non sono state il massimo, un pò per l’ “ingiusto” impedimento a tornare in patria per un weekend o per una gita sulle Dolomiti, un po’ per l’atteggiamento sornione e a volte beffardo dei colleghi che vedevano gli italiani come coloro che hanno combinato un altro pasticcio. 

Di giorno in giorno la situazione, come sapete, si è evoluta e anche qui sono arrivati i primi casi. Una volta capito che non sarebbe stata una faccenda che poteva essere risolta in due settimane, ho iniziato a pensare seriamente a come pormi davanti a questa realtà, non tanto per quello che vivevo qui dove tutto procedeva nella normalità, quanto piuttosto nel rapporto con la mia ragazza e i miei amici che erano tutti a Milano. 

Con lo scattare del lockdown e con l’insistenza di alcuni miei colleghi nel guardare la faccenda come una chiacchera da bar, trattando il numero dei contagiati come una statistica di una partita di calcio giocata il giorno prima, ho iniziato ad evitare di incontrare alcuni di essi, chiudendomi nell’idea “loro non sanno cosa si prova a vedere i propri cari chiusi in casa col rischio di prendere il virus”.

Il 12 marzo in azienda è arrivata la notizia che dal giorno successivo avremmo lavorato da casa e, nel trambusto generale per prendere ciò che a ciascuno serviva, è stato molto bello discutere di questo con il mio tutor aziendale: lui era preoccupato il suo figlio di 8 anni e per sua moglie psicologa che, lavorando in una clinica dove i pazienti arrivano da tutta l’Austria, era esposta ad un alto rischio di contagio. Ha iniziato a chiedermi come fosse la situazione per i miei genitori e per la mia ragazza (che lavora anche lei in ospedale) e il ho capito che il desiderio che ci accomuna è fare il possibile per proteggere i propri cari.

Da un mese ormai lavoro sulla mia tesi da casa, ma siccome abito in un appartamento per due persone dove l’altra stanza è sfitta da due mesi, sono praticamente chiuso da solo in queste quattro mura. All’inizio avevo molta paura di come sarebbe potuta andare, dato che non mi piace molto la solitudine, specialmente quando studio o lavoro (sia per una questione di produttività sia per una questione di compagnia umana), ma posto alle strette da questa circostanza ho deciso di accettare la sfida della “solitudine” con l’obiettivo di non cadere sotto i colpi dell’apatia.

Proprio qui si è rivelato cruciale l’aiuto a distanza della mia ragazza e dei miei amici, che non mi fanno sentire affatto solo, anzi mi danno l’opportunità in ogni chiamata di guardare a quello che sto facendo e quando mi accorgo che ho sprecato una giornata, il giorno dopo  riparto col desiderio di dare il mio contributo in quello che devo fare, che in questo periodo è la tesi. 

Non ho trovato nessuna formula della felicità, tuttavia questo rapporto profondo e quotidiano riesce ad aiutarmi nel combattere quella vocina dentro di me che mi invita a restare a letto fino a tarda mattinata o a non fare attività fisica dato che non posso andare in palestra.

Gabriele Mauri

Dalla Finlandia alla quarantena, quello che è rimasto​

Come l’Erasmus di sei mesi fa mi aiuta oggi nel mio stare a casa? ​

Tempo di lettura 3 min

Sono Gabriele e faccio il secondo anno di magistrale in Ingegneria Gestionale, sono stato in Erasmus il primo semestre di quest’anno a Jyvaskyla, una cittadina della Finlandia a circa tre ore a nord dalla capitale, Helsinki.

Mi sono trovato in casa con altri due ragazzi del Poli che non conoscevo, ma con il tempo è nata una bella amicizia. Gli stessi corsi da frequentare e la stessa vita in università ci hanno permesso di conoscerci meglio e di orientarci in un mondo apparentemente così diverso da quello a cui siamo abituati in Italia. La più grande differenza rispetto all’università italiana è stata trovare tantissimi spazi relax (alcuni con anche la playstation) per riposarsi tra le ore di lezione. Con il tempo abbiamo organizzato anche due viaggi stupendi, il primo a San Pietroburgo e il secondo in Lapponia. Sono stato molto contento di questa esperienza, sia per aver conosciuto un paese totalmente diverso dall’italia, sia per aver incontrato persone che non ho deciso io a priori ma che mi sono state messe davanti in quel frangente e che mi hanno fatto crescere. Sono partito molto timoroso rispetto al vivere fuori casa, proprio perchè era la prima volta per me, ma mi sono sorpreso di come invece sia riuscito ad abituarmi molto in fretta alla vita di appartamento (è stato bello organizzare le cene tutti insieme con gli altri ragazzi della residenza).

In questo periodo invece siamo chiusi in casa e sembra proprio il contrario rispetto alla fin troppa libertà dell’Erasmus. Da una parte i luoghi e le persone nuove incontrate e dall’altra la tua casa, che conosci da sempre, con la tua famiglia. C’è però un punto in comune, inaspettato, che aiuta a non cadere nella noia delle giornate, e che mi rilancia: la necessità dei rapporti con gli amici. Sia in Erasmus in Finlandia che adesso mi accorgo di come la necessità di raccontarsi le giornate e di prendersi sul serio sia una costante che aiuta tantissimo a dare un giudizio sulle giornate e a non lasciarle cadere nel vuoto. Sia che tu stia vivendo dei fatti nuovi e straordinari, sia che tu sia chiuso in casa a studiare, il desiderio di amicizia e di essere voluto bene è ciò che rimane.

Sono molto stupito dal fatto che in questa situazione non si voglia perdere l’umanità dei rapporti, anche se spesso c’è il rischio di digitalizzare tutto e di dimenticarsi la persona che c’è al di là dello schermo. La pienezza di vita vissuta in Erasmus mi fa ricordare di come ogni persona incontrata (anche quelle con una storia completamente diversa dalla mia) possa essere un richiamo per vivere più pienamente anche oggi in casa, andando alla scoperta delle umanità che sono più vicino a me in questo periodo, che magari do per scontate quasi tutto l’anno: la mia famiglia.

L’ultimo punto interessante è l’attesa. In questo periodo stiamo vivendo un’attesa che la situazione ritorni quella di prima pur non sapendo bene quando questo accadrà; attendere non significa cancellare tutto questo tempo, ma nutrire una grande speranza per quello che verrà! Anche verso la fine dell’Erasmus mi sono trovato addosso questo sentimento, perché nonostante la bellissima esperienza, sentivo che il bisogno di tornare a casa si era fatto più intenso.

In conclusione quello che non cambia sono io davanti a tutte le circostanze, che spero possano essere sempre un’occasione per crescere e capire che ci può essere qualcosa da scoprire sia in un paese nuovo in cui ti trovi a vivere per alcuni mesi, sia in casa.

Stefano Zini

Fare il caffè in Giappone​

Appunti sparsi di una convivenza inaspettata

Tempo di lettura 4 min

Sì, all’estero vanno fortissimo sulla pratica. Sì, noi siamo ferratissimi sulla teoria. No, il gap non è incolmabile, anzi si recupera abbastanza in fretta. E sì, all’estero hanno delle strutture pazzesche e delle risorse economiche che noi ci sogniamo.
Bene, esplorati i luoghi comuni che accompagnano ogni resoconto Erasmus/tesi all’estero che si rispetti, passiamo a cosa veramente mi sarei voluto portare a casa dal Giappone. E no, non si tratta né delle strutture, né delle risorse, né tanto meno di una cultura che valorizza maggiormente l’aspetto pratico.

Partiamo dai fatti. Ho avuto l’opportunità di passare sei mesi a Tokyo, per lavorare alla tesi di laurea magistrale presso la Tokyo Denki Univeristy. A differenza di tanti miei amici non mi posso ritenere un fanatico del Giappone: non ho mail letto un manga, gli unici anime che ho visto sono quelli che passavano su Italia1 e i giardini zen non hanno mai solleticato il mio interesse. Tuttavia sono partito per questo viaggio con il chiarissimo obiettivo di vedere qualcosa di totalmente diverso, di uscire dal mio guscio per confrontarmi con qualcosa di estraneo alle mie categorie. E’ una motivazione un po’ da figlio dei fiori? Può essere, però è vero anche che quando inizi a sentirti padrone del metro quadrato su cui pascoli tutti i giorni (nello specifico il prato dietro alla mensa delle L) e a pensare che quello sia il mondo, forse hai bisogno di allargare un po’ l’orizzonte. Devo dire che in questo il Giappone mi ha pienamente accontentato – nel bene e nel male –  per cui rifarei questa scelta mille volte, pur con tutti i sacrifici che ha comportato.

Ma arriviamo al dunque. Tanti miei amici che come me hanno fatto la tesi magistrale all’estero sono stati collocati, anche in termini di spazi fisici, a lavorare con i dottorandi delle università presso cui erano ospiti. Al contrario, io e il mio compagno di avventura siamo stati spediti dal nostro professore giapponese a lavorare nel suo laboratorio. O, per dirla come loro, nel Rabo (ラボ). Si tratta di una struttura presso cui tutti i giorni lavorano studenti selezionati (ma nemmeno troppo), a cui vengono affidati dei compiti di breve e lungo periodo. Gli studenti magistrali fanno da supervisori ai più giovani (remunerati tra l’altro…), li seguono e li aiutano a sviluppare i loro progetti. All’interno di questi laboratori ogni studente ha il proprio posto assegnato, solitamente vicino ad altri studenti che si occupano dello stesso macro-progetto. Altra caratteristica distintiva del laboratorio è quella di essere uno spazio totalmente gestito dagli studenti. Questo si traduce nel fatto che spesso la mattina trovavamo ragazzi ancora dormienti nelle loro brandine, ma anche nella possibilità di organizzare momenti di aggregazione. L’ultimo dei quali è stato la nostra festa di addio, di cui alcuni ricordi sbiaditi sono i Giapponesi che scoprono il Negroni e il nostro supervisore che intona con noi “Tanto pe’ canta’”, mentre piange perché ce ne andiamo. Quelli eran giorni, sì…

Ok, sarebbe utopico importare il sistema del Rabo al Poli, ma io una possibilità del genere la vorrei avere anche qui.
In primo luogo perché è un’occasione per imparare al doppio della velocità e il doppio bene. Io e il mio collega eravamo talmente capre in questioni di natura tecnica che ci siamo trovati più volte nei panni delle  matricole, dallo stesso lato della barricata. Eravamo probabilmente gli unici nel laboratorio a non saper saldare due stupidissimi cavetti, però abbiamo provato sulla nostra pelle che avere di fianco qualcuno che ne sa più di te, per di più disposto ad aiutarti, è veramente il massimo che si possa desiderare. Alla fine abbiamo imparato.

In secondo luogo perché un posto così può diventare casa. Ok, forse è un’affermazione un po’ forte, forse non è nemmeno così auspicabile che quello che comunque è un luogo di lavoro diventi il luogo degli affetti. Però in questi sei mesi mi sono sentito molto più a mio agio in quella stanza con la densità abitativa di Calcutta, piuttosto che alle mille attività pazzesche organizzate dal centro per gli studenti internazionali. Nonostante i Giapponesi non siano esattamente dei campioni di empatia, gli unici rapporti veri sono nati all’interno del laboratorio, perché davvero si respirava aria di casa, di comunità. Il che non è un contorno superfluo e un po’naïf, ma nei fatti è il discrimine tra imparare a saldare o no, tra chiedere senza paura o rimanere nel già saputo, tra rischiare tutto o restare con le proprie paure e insicurezze. 

Si tratta quindi di avere un luogo, all’interno delle mura universitarie, in cui confrontarsi, provare, rischiare, creare, chiedere, sbagliare. Imparare, crescere. In cui non essere ospiti, ma veramente protagonisti.

E se proprio non potete portare il Rabo al Poli, almeno aiutatemi a far sì che l’università sia un posto così.

Lasciatemi chiudere con una riflessione forse un po’ estemporanea. Ho seguito dal Giappone il dibattito che si è sviluppato intorno alla didattica a distanza. Se ne potrebbe parlare per anni e probabilmente alla fine avremmo tutti ragione. Ma c’è una cosa su cui non mi voglio tirare indietro: se l’università è il luogo in cui assorbire informazioni, adeguarsi a standard, rincorrere il prof prima di perdersi inesorabilmente, allora ben venga la didattica a distanza. Sempre. Per tutti. Perché per così poco non vale la pena muoversi da casa.
Se invece l’università fosse (e in parte già lo è!) il luogo in cui è possibile fare l’esperienza che ho fin troppo lungamente descritto, allora ecco un buon motivo per alzarsi alla mattina e andare al Poli.

Non c’è altra strada.

Lorenzo Ticozzi

Georgia on my mind

Non solo tesi - un’amicizia a 7000 km da casa

Tempo di lettura 2 min

I 6 mesi passati negli Stati Uniti per la tesi al Georgia Institute of Technology di Atlanta sono stati probabilmente i sei mesi più intensi della mia vita.

Non essendo mai stato negli USA, e avendo sempre vissuto a casa a Milano, l’impatto è stato notevole. Il campus – villaggio olimpico nel 1996 – aveva poco a che vedere con la grigia Bovisa, per non parlare delle partite di college football precedute da grigliate colossali, dei laboratori con attrezzature da milioni di dollari, dell’assurdo concetto di confraternita.

Nonostante l’emozione del vivere e studiare a 7000 km da casa, in una circostanza sotto tanti versi ideale, dopo i primi dieci giorni a bocca spalancata la novità ha iniziato ad esaurirsi, la tesi si è fatta dura e ancora una volta ho iniziato a sentire quella sensazione che penso noi tutti abbiamo provato più di una volta nella vita, quando dopo l’entusiasmo di un nuovo inizio la realtà sembra tradire le promesse e il bello lascia spazio alla fatica. Ma ecco che, per una serie di coincidenze di cui non sarò mai abbastanza grato (ad esempio l’ufficio che ci avevano assegnato non aveva finestre), io e il mio compagno di avventure ci siamo trovati a studiare al Catholic Center del campus, uno spazio dell’università dotato di aula studio nel seminterrato e di altri indispensabili generi di conforto quali cucina con ampio frigorifero, tavolo da ping pong, macchina italiana per l’espresso, e molto altro.

Se anche i primi giorni non si facevano grandi chiacchiere con gli altri studenti, la svolta è arrivata dopo che abbiamo preparato chili di carbonara per tutti, vincendo la gara di cucina prima del Thanksgiving. A quel punto la timidezza iniziale è scomparsa e la tesi, da due che eravamo, ha iniziato a diventare un lavoro di gruppo, non perchè qualcun’altro lavorasse al posto nostro, ma perchè ogni giorno qualcuno veniva a fare un salto nel seminterrato per salutarci e vedere come andasse; le giornate si sono fatte molto più movimentate, non mancava mai un imprevisto che “rovinasse” i nostri piani per la giornata o per la serata, che fosse un giro all’ennesimo fast-food, una serata “falò-marshmallows-Sweet Home Alabama” o una gita su qualche torrente dal nome indiano impronunciabile.

Vivere così i mesi di tesi è stata per me una grande provocazione ad alzare lo sguardo dal mio piano. Se al momento della ricerca della tesi speravo semplicemente in un’esperienza all’estero, sono poi stato sorpreso da una realtà decisamente più grande, che mi accadeva sotto gli occhi tutti i giorni con la forma di un’inaspettata compagnia. Vivendo là mi sono reso conto che in fondo, andando all’estero, era questo quello che desideravo, era questo che reggeva davanti alla fatica dello studio, della distanza da casa e dagli amici italiani. Quella novità che l’università più prestigiosa, la vita privilegiata del college americano o la tesi più interessante non riuscivano a dare fino in fondo, mi veniva inaspettatamente regalata da un qualche ventenne americano alla domanda “can you cook us some pasta tonight?”

Ada Rosito

Dreamin’ Santiago

Quanto la realtà chiama e devi salutare il tuo Erasmus

Tempo di lettura 3 min

A settembre, pochi giorni prima della laurea triennale mi arriva una notizia bellissima: mi hanno ripescato per l’Erasmus, con l’ultima graduatoria. Destinazione: Santiago, Cile. Dopo la sorpresa iniziale parto subito con tutta la macchina amministrativa da dover completare entro il 30 ottobre per poter partire, in mezzo a lauree, caldo, casino, le tasse da pagare e il piano studi.
Per partire c’è da fare il passaporto in questura, presentare un certificato B2 di una lingua che non ho mai parlato, un portfolio in uno strano formato, fare il Learning Agreement. Inizio passo per passo ad adempiere a ogni richiesta.

Intanto sogno. Vedere l’immensa città di Santiago, il deserto dell’Atacama – uno dei posti in cui la Via Lattea è più visibile in assoluto nel mondo -, la Patagonia. Frequentare una delle migliori scuole di architettura del Sud America.

Poi il risveglio. Il 22 ottobre, mentre mi sto facendo una spaghettata tornata molto tardi ed esausta da un viaggio, mio padre si siede con me e mi dice: “Non sai cosa sta succedendo? Ci sono i carri armati per strada a Santiago da sabato, sono morte delle persone nella protesta, Piñera ha messo il coprifuoco. Non puoi più partire”.
Per me è stata come una doccia fredda, perché in quei tre giorni non avevo visto né notizie, né social. Non mi basta neanche vedere l’ufficio Exchange attivarsi e avvisare della gravità del frangente tutti gli otto ragazzi in partenza per il Cile e proporre loro un’alternativa, per accettare la situazione.

Continuavo a chiedermi, di chi mi devo fidare? Di chi mi dice che sarà temporaneo, o che quell’evento avrà implicazioni maggiori? Non c’era tempo per aspettare, andava fatta una scelta, subito. L’unica cosa che davvero mi ha mosso, facendomi vedere le cose da una prospettiva più ampia del senso di ingiustizia e di irrealtà che provavo, è stato parlare con una ragazza più grande di ritorno proprio da Santiago, dopo un anno vissuto lì.  Non mi ha nascosto che è stata un’esperienza bellissima andarci ma mi ha detto con franchezza che già entrare in un Paese e in un’università nuova dall’altra parte del mondo è un passaggio delicato, farlo in una situazione sociale – politica che potrebbe diventare instabile lo è ancora di più.
Ed è stata forse la sua preoccupazione per le persone care conosciute lì, la sua esperienza personale, a convincermi che non partire fosse la cosa più saggia in quel momento.

Adesso a distanza di mesi, che le problematiche sociali sono rimaste sotto traccia – ma comunque rimaste – e gli scambi Erasmus per il prossimo anno con il Cile sono cautamente ricominciati, penso a come l’emergenza del virus abbia nuovamente sconvolto le carte, questa volta anche in Europa, da un giorno all’altro. Quale Paese può dirsi al sicuro, per sempre stabile?

Questa mancata esperienza dell’Erasmus mi ha almeno ridonato proprio questo, la consapevolezza che c’è molto di più la fuori, al di là del mio orticello universitario, e che non posso ignorarlo, perché in un modo o nell’altro ha a che fare anche con me, mi tocca personalmente. Che sia un evento molto vicino o – apparentemente – molto lontano. 

Non è detto poi che si abbiano subito tutti gli strumenti per capire la portata di un evento. Spesso mi chiedo ancora se abbia avuto un eccesso di prudenza, se tutto sommato fosse comunque possibile fare una vita normale a Santiago. La risposta? Forse no, ma probabilmente sì. Come studentessa del Poli a Santiago, avrei fatto una vita normale anche se in quarantena. Quante persone in questi mesi hanno fatto viaggi fantastici in Cile senza venire toccati dagli eventi di ottobre. E mi viene da dire, quante volte è possibile vivere l’Erasmus in un Paese senza venire toccati dalla politica interna. E’ una posizione legittima, se vogliamo, uno va per studiare e imparare, ma ci dimentichiamo a volte quanto sia privilegiata. 
Soprattutto non è una posizione sempre immune agli eventi esterni, come anche la pandemia di questi giorni dimostra. Ci siamo anche noi studenti dentro questi eventi in atto, che influenzano il nostro presente e futuro, provocandoci a richiedere il perché accadono.

Anna Finotto

On top down under

Attraversare il mondo per imparare a chiedere

Tempo di lettura 4 min

L’Australia è una terra incredibile: canguri, koala, terre infinite e deserte, e poi l’oceano, il surf,… Ci vorrebbe una vacanza di qualche mese per avere anche solo un’infarinatura generale della vastità e varietà di bellezze che contiene. 

Io ci sono stata sei mesi in Australia ma, mi duole dirvi, non ho fatto grandi vacanze: sono andata per svolgere il lavoro di tesi presso la Flinders University ad Adelaide. È stato un tempo ricco, di gioie e di fatiche, e ammetto che non è stato facile selezionare cosa di tutto ciò raccontare in queste righe. 

La mia tesi consisteva in una ricerca sperimentale sulla microstruttura dei legamenti: ambito per me completamente nuovo e modalità anche, non avendo mai messo piede in un laboratorio dopo quello di chimica al primo anno. Questo ha voluto dire una gran voglia di imparare ma anche un enorme impaccio: non sapevo come ottenere i permessi che mi servivano, non sapevo dove mettere le mani, dove trovare i materiali, come utilizzare i diversi dispositivi. Ho avuto bisogno di tante cose che non sapevo certo darmi da sola e allora mi sono trovata costretta a chiedere. Prendere un po’ di coraggio, che non è in genere una mia caratteristica, vincere l’imbarazzo, andare da chiunque potesse anche lontanamente essermi d’aiuto e chiedere, con la fortuna, tra l’altro, che gli Australiani sono un popolo cortese e molto disponibile. 

Con tantissimi la domanda è stata solo il primo mattone per la costruzione di un rapporto libero e che posso definire di amicizia nonostante la differenza di età. Avrei molti esempi da raccontare, in ambito universitario e non solo, anche perchè più chiedevo più mi accorgevo di quanto fosse più bello condividere e farsi aiutare anziché convincersi di dover portare tutto sulle sole proprie spalle. Non potendo raccontare tutto per ragioni di spazio e tempo, condivido solamente quanto accaduto nel laboratorio di materiali avanzati, dove ho svolto parte della mia ricerca. 

Negli scorsi sei mesi quel laboratorio era frequentato solamente da me e da alcuni ragazzi cinesi tra cui Xinyi, la “supervisor”, che mi ha aiutato a svolgere gli step burocratici iniziali per ottenere l’accesso. Ho fatto in fretta ad affezionarmi a lei, per cui chiederle aiuto nelle cose più piccole (“dove trovo questo solvente? come funziona questa macchina?”) è stato più facile. Ammetto invece che con gli altri ragazzi non ho condiviso un granchè: qualche chiacchiera con Simon, e giusto dei “ciao, buona giornata” con gli altri, eppure è accaduto qualcosa nell’ultimo periodo che mi ha letteralmente commosso. 

Quando, a causa del coronavirus, l’Australia ha cominciato a chiudere i confini e gli aeroporti, mi sono trovata costretta da un giorno con l’altro a cercare un volo che mi permettesse di tornare a casa il prima possibile, per non rischiare di rimanere ferma là per un tempo indefinito. Ho trovato il volo e la partenza era davvero di lì a pochi giorni, ma trovare delle mascherine per le mie 40 ore di viaggio non era certo un’impresa facile. Ne ho parlato con Xinyi, che subito si è attivata per aiutarmi dandomi consigli su come comportarmi in aereo (che ammetto un po’ mi preoccupava) e presentandosi il giorno seguente con un numero esagerato di mascherine da parte sua e degli altri ragazzi del laboratorio per me, per la mia amica con cui avrei viaggiato e per la mia famiglia una volta rientrata. Non ci potevo credere: non solo lei ma anche tutti gli altri ragazzi con cui avevo scambiato così poche parole… “They are worried about you” mi ha detto Xinyi! Grazie all’aiuto loro e di tanti altri amici locali io e Daniela siamo potute partire relativamente serene, con un passaggio in macchina all’aeroporto, la valigia piena di regali e tutti i dispositivi di protezione individuale necessari. Soprattutto sono partita piena di gratitudine per tutto quello (o meglio tutti quelli) che ho incontrato in Australia, perché se mai avrò occasione di tornare ad Adelaide ho qualcuno da cui tornare e perché – sono dovuta andare dall’altra parte del mondo per impararlo – ma ho capito che domandare è il gesto che più mi fa sentire libera dentro alla mia agenda di cose da fare, e per me che sono l’orgoglio fatto persona non è stato un passo immediato.

Rientrata in Italia, avevo ancora dei dati da elaborare e tutta la tesi da scrivere e inizialmente non è stato facile, soprattutto perché sono passata dall’avere il controrelatore di fianco alla mia scrivania ad averlo distante 16 mila chilometri e poterlo contattare solo per email. Ma il metodo non è cambiato: quando avevo dei dubbi non dovevo fare altro che chiedere ed ancora una volta ci sono stati amici pronti a darmi un suggerimento o un aiuto.

Nicolò Lastrico

Lockdown. Una fregatura?

Un erasmus a prova di lockdown

Tempo di lettura 4 min

Losanna, Svizzera. Forse la meta più vicina a Milano, di sicuro nella top 3. In Svizzera, in mezzo a tutta questa gente rigida. Perché mai uno vorrebbe andarci? La mia scelta era stata dettata soprattutto da motivi accademici: l’EPFL di Losanna per noi architetti è estremamente interessante, ma sto scoprendo sempre di più come nell’esperienza dello scambio, quello della didattica sia un aspetto molto limitato.  Appena dopo l’ultimo esame della sessione invernale, sono partito e ho avuto qualche giorno per ambientarmi nel nuovo appartamento.  Lì ho conosciuto i miei nuovi coinquilini: per me, milanese, questa è la prima esperienza da fuori sede. Il 17 Febbraio sono iniziate le lezioni, con i conseguenti momenti da primo giorno di scuola dove cominci a conoscere i compagni e ad attaccarti ai primi che ti parlano. Già il giorno successivo bisognava fare i gruppi per il progetto, per cui non c’era tempo da perdere. La vita in università è stata da subito intensa, anche per i rapporti coi compagni di atelier, dove il clima è sempre stato molto familiare. Molte volte, mi è capitato di uscire a prendere una birra con gli altri del corso che avevo appena incontrato, o addirittura abbiamo improvvisato degli aperitivi fuori dalle aule con i ragazzi degli altri atelier.

 

Intanto, oltre a crescere il rapporto coi compagni, è cresciuto anche quello coi miei coinquilini. Un esempio è stata una cena fatta con Germàn, un ragazzo di Barcellona, che ci aveva invitato a conoscere una sua amica più grande. Era il 12 Marzo. È stata una serata stupenda per il modo in cui eravamo liberi di raccontare di noi, come fossimo stati amici da sempre. Lei era talmente grata che ci ha addirittura offerto la cena. E poi, usciti dal ristorante, è arrivata la mail che in fondo tutti stavamo aspettando da qualche giorno. “Tutti i corsi da domani, venerdì 13 Marzo 2020, sono sospesi. Da lunedì 16 Marzo saranno tenuti online”. Tornando a casa ovviamente i miei pensieri erano rivolti solo a quello, ma in qualche modo la bellezza della cena mi rendeva fiducioso, più tranquillo, perché notavo come già c’era stata in quei giorni la promessa di un bene. Il giorno dopo, a cena, è stato bellissimo confrontarsi con gli altri sul da farsi, e in tutti nasceva l’interesse nel poter vivere al meglio possibile questa strana convivenza. Su sette, siamo rimasti in appartamento in cinque. Prima di quel momento è stato quasi scontato dire che sarei rimasto, ma era una risposta automatica, senza troppe ragioni. Invece, parlarne con gli altri mi ha fatto rendere conto della possibilità che c’era per noi di vivere intensamente questa circostanza così strana. In casa la vita è cambiata, ma in tutti si è fatta evidente una cura verso l’appartamento e verso gli altri. Tra le varie cose è stato stranissimo poter festeggiare insieme ai suoi amici di Torino la laurea di Pippo, ingegnere aerospaziale al Polito che ha svolto la tesi qui all’EPFL.

 L’appartamento in generale mi stimola moltissimo, perché mi fa notare all’istante come sto vivendo. L’attenzione che pongo nel fare i mestieri, cucinare, stare con i miei coinquilini, mostra costantemente se sono superficiale, distratto o invece sto vivendo davvero, sono davvero cosciente di quello che mi sta succedendo, rendendomi conto che per me anche quello può essere un regalo. Anche la vita dell’università è evidentemente cambiata, e mi dispiace di non aver avuto la possibilità di approfondire tanti rapporti, ma ciò non ha impedito l’avverarsi di cose positive: mi ha colpito molto come sia cambiato il rapporto coi professori, diventato molto più umano. Tutti hanno avuto un’attenzione incredibile a che noi potessimo proseguire il nostro percorso senza impedimenti. Oppure mi colpisce come è cresciuto il rapporto con una mia compagna di corso italiana, che subito è stata libera di raccontarmi le sue fatiche.

 

Un altro punto fondamentale in questa situazione è stato il rapporto con la mia famiglia, che giustamente avrebbe preferito che tornassi a casa. Nonostante questo loro desiderio, mi sono reso conto di come attraverso la distanza mi trovavo a volergli molto più bene (mai nella vita ho sentito il bisogno di dover sentire i miei genitori, tanto meno raccontargli di me e di come stavo). 

 

È certo che il lockdown ha fatto sì che mi ritrovassi dentro a un erasmus storico: nessuno prima d’ora è andato via dalla propria città per rimanere in casa a seguire lezioni, e per questo è lecito chiedersi se ne sia valsa la pena, se in qualche modo mi sia sentito tradito. Posso dire invece che rimanere sia stata la scelta migliore e che sicuramente ne sia valsa la pena. Perché è una grazia ritrovarsi a chiamare amici delle persone che fino a tre mesi fa non avevo mai visto. Mi torna in mente anche una chiamata con Pit, un mio amico che studia architettura al Poli, a cui dicevo di come l’esperienza dell’erasmus diventava sempre più bella non tanto per i corsi, ma per il mio cambiamento e la mia crescita come persona. In questo, il lockdown non è stato un impedimento ma, al contrario, un’occasione sempre più vera per diventare grandi.

Agnese Arrighetti

Vida porteña

Mai delusa

Tempo di lettura 4 min

L’ultima cosa che mi sarei mai aspettata era di riuscire veramente ad andare a Buenos Aires in erasmus. Non sto qui a raccontarvi quanto sia stata assurda la sequenza di fatti che mi ha portato dall’altra parte del mondo, ma chi l’ha vissuta con me sa bene che può considerarsi un miracolo.
Sono arrivata in un caldo febbraio, senza sapere cosa aspettarmi e senza nemmeno parlare lo spagnolo, ma è stata un’avventura incredibile che mi ha insegnato moltissimo. 
Avendo da sempre vissuto a Milano, questa per me è stata la prima esperienza “fuori casa”, in mille mi hanno detto che non mi sarei mai sentita sola, che i miei amici ci sarebbero sempre stati: la verità è che sono stata sola, ma è stato proprio questo che mi ha fatto muovere per capire se anche dall’altra parte del mondo poteva esserci qualcosa per me. 
In un posto nuovo le alternative sono due: o si rimane ad aspettare che succeda qualcosa o ci si lancia in tutto quello che bisogna fare. Bene, ovviamente per le prime settimane ho aspettato, ero abbagliata dalla bellezza della metropoli sudamericana  e mi dicevo che alla fine qualcosa sarebbe successo, ma svanito l’incanto dei primi tempi la quotidianità cominciava a schiacciare e ho cominciato io a cercare qualcosa o qualcuno, a lanciarmi nelle cose. Ho iniziato a vedere risultati fin da subito: ero contentissima.
Le cose hanno iniziato a poco a poco a prendere gusto e le amicizie vere a nascere, sia in casa che in facoltà.

E’ stato un anno veramente intenso proprio per questo spirito con cui affrontavo le sfide giornaliere, ma non sono mai rimasta delusa, affaticata spesso sì, ma mai delusa.  
Anche oggi, tornata a casa, chiusa in quarantena, mi faccio la stessa domanda e provo a vivere le giornate con lo stesso sguardo sulle cose, perché se valesse solo per Buenos Aires sarebbe stata una menzogna che mi sono raccontata per sentirmi meno sola, invece vi dirò che ora sto riscoprendo la compagnia della mia famiglia.
Per cui vi lancio questa sfida, sia che siate in procinto di tuffarvi in un’avventura in un altro paese, sia che stiate chiusi in casa: lanciatevi e giocatevi nella quotidianità!

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